La natura essenziale di Gianni Mantovani

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Gianni Mantovani-La luce che è in noi, 2020-cm 30x 30-tecnica mista su tela- (particolare)

Quando mi sono imbattuto casualmente nei dipinti di Gianni Mantovani (Concordia, MO, 1950), ho provato quella sensazione di andare oltre che è una delle componenti dell’emozione che provoca in noi un’opera d’arte e che, per l’appunto, mi ha spinto ad andare al di là dell’apparente semplicità della scena rappresentata. Pochi colori, quasi sempre il rosso, qualche volta il giallo, meno spesso l’azzurro, e poi il bianco e il nero. Figure elementari di case e chiese, alberi appena accennati con chiome tonde o affusolate, colline ripidissime o pianori, mai persone o animali. Una semplificazione della realtà non istintiva ma ragionata, certo molto vicina a quella che operano i più piccoli quando disegnano, perché i suoi lavori appaiono del tutto simili a quelli di un bambino anche se sono il risultato di un ragionamento, di una riflessione, di una scelta.

Gianni Mantovani fa parte di quella generazione che ha ricevuto una formazione completa nell’arco di un minor numero di anni rispetto ad oggi, dandogli la possibilità di giungere velocemente al mondo del lavoro in qualità di insegnante di pittura e di restare tale per un periodo molto lungo e molte generazioni di studenti. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di Modena, che allora era triennale e il cui diploma dava la possibilità di accedere all’accademia, la sua fu quella di Bologna, dove studia con il noto incisore Paolo Manaresi (1904–1991) e con Pompilio Mandelli (1912-2006). A 23 anni inizia a insegnare e a 24 è docente di ruolo nel Liceo Artistico di Bologna. Successivamente, nel 1991 vince il concorso nazionale per l’insegnamento di Pittura nelle accademie d’arte e a Bologna è assistente per alcuni anni di Concetto Pozzati (1935-2017) e successivamente diviene titolare di cattedra. L’insegnamento artistico viaggiava allora su una corsia preferenziale che si riteneva adeguata a un ambito di materie ma anche di competenze in cui si pensava che gli aspetti personali, le capacità espressive, l’istinto artistico, fossero predominanti e che andassero messi in campo il prima possibile. Ugo La Pietra (Bussi sul Tirino, PE, 1935) il grande architetto, designer, uomo di cultura, ancora solo pochi giorni fa ha insistito sull’importanza che avevano gli istituti d’arte, distrutti dalla riforma Gelmini, perché essi erano le uniche scuole in cui esistevano i laboratori artistici e in cui era possibile proseguire la tradizione artigianale e artistica, che doveva essere il più possibile vicina alle necessità tecniche del mestiere.

Altra caratteristica, non usuale questa, è che Mantovani nella sua formazione artistica e nella sua professione ha potuto sempre fare affidamento sul sostegno della propria famiglia di provenienza. In una zona legatissima al mondo della ceramica di Sassuolo, Mantovani frequenterà l’indirizzo ceramico ma poi non la praticherà mai e i genitori, lei sarta, lui mediatore di commercio, non si opporranno alla scelta di frequentare l’accademia ma anzi metteranno a sua disposizione la scelta tra Firenze e Bologna.

A fianco all’insegnamento, Mantovani, a partire dagli anni Novanta, avvia una sua ricerca artistica con lavori astratti che divengono poi più lirici dedicandosi alla rappresentazione della natura, seppur in una certa continuità.

  • Gianni Mantovani - Coincidenze - 1991 - cm 45 x 30 - polvere di marmo
  • Gianni Mantovani - Sottili coincidenze - 1991 - cm45 x 30 - polvere di marmo
  • Gianni Mantovani - Giardini Margherita - 2007 - cm 180 x 120 - olio su tela
  • Gianni Mantovani - Luce di stelle - 2015 - cm 88 x 60 - tecnica mista su tela

Nel frattempo, coltiva la sua passione di collezionare incisioni ma, di fronte all’impossibilità di poter acquisire pezzi divenuti sempre più costosi, si orienta verso la collezione dell’artigianato e dell’arte etnica, poi man mano ristretta a quelli africani. Ed è dall’incontro tra la sua passione di collezionista e l’osservazione di un disegno di un suo figlio piccolo e dal collegamento tra le caratteristiche di quell’arte e quell’espressione infantile che scaturisce l’intuizione che i temi della natura e del vegetale avrebbero potuti essere rappresentati in un nuovo modo, originando la sua cifra artistica attuale, in una specie di rielaborazione della Teoria del Fanciullino del poeta Giovanni Pascoli (1855-1912). Con il suo stile Mantovani vuole provocare nell’osservatore un viaggio all’indietro nel tempo, al proprio stato infantile e la meraviglia di fronte a scene che nella loro semplicità si oppongono alla complessità del mondo odierno.

  • Gianni Mantovani - La luce nel buio - cm-30x 30
  • Gianni Mantovani - Casa della speranza - cm 50x35
  • Gianni Mantovani - La luce che è in noi - cm 30x 30
  • Gianni Mantovani - L'infinito delle forme - cm 80x 80
  • Gianni Mantovani - Il sorriso di un fiore - cm 70x50
  • Gianni Mantovani Accarezzare il cielo - cm70x50
  • Gianni Mantovani - Appoggiarsi alla bellezza del cielo - cm50x 50
  • Gianni Mantovani - Sognare l'infinito - cm 50x35,
  • Gianni Mantovani - Paese mio - cm 70x50

Per Mantovani si è ripetuto quel fenomeno che alla fine dell’Ottocento riguardò molti artisti, quando in Europa e in particolare a Parigi, giunsero i manufatti dei paesi sottoposti al dominio coloniale che andavano a formare le prime raccolte etnografiche. Gauguin e Van Gogh avevano visitato l’Esposizione Universale di Parigi nel 1889 ma l’influenza dell’arte negra riguarderà poi i più importanti pittori europei: Braque, Picasso, Klee, Modigliani, colpiti dalla sua istintività, dall’essere nata alla luce, all’aria aperta. Ciò che li affascinava e che ha affascinato Mantovani è stata la sua iconicità, la sua capacità di rappresentare le forme attraverso un processo di annullamento delle differenze e dei particolari che rendono diverso ogni viso e ogni corpo in modo da giungere all’essenza, al concetto di una forma, a ciò che ci consente di poter dire che un viso è un viso e un corpo è un corpo, come si verifica per l’espressione infantile che è anch’essa iconica.

Caratteristiche quelle dell’arte africana e del disegno infantile che si saldano con alcuni aspetti del suo carattere e della sua tempra: la semplicità, l’umiltà, l’essenzialità e che gli danno la possibilità di parlare della natura in modo semplice, didascalico. Una scena essenziale, senza prospettiva, con un soggetto centrale e poi magari un altro in secondo piano, a volte contornati da un motivo vegetale, foglie, rampicanti; colline, case e chiese che sembrano visi, a volte tristi o sbalorditi, appena appoggiate sulla linea che rappresenta il terreno, segnalato da una striscia verde, un colore predominante, il rosso come denuncia di un mondo che va a fuoco ma con titoli che sono pieni di speranza.

Abstract

When I accidentally came across the paintings of Gianni Mantovani (Concordia, MO, 1950), I felt that feeling of going beyond that is one of the components of the emotion that provokes in us a work of art and that, in fact, it pushed me to go beyond the apparent simplicity of the scene. A simplification of reality not instinctive but reasoned, certainly very close to the one that children operate when they draw, because his works appear completely like those of a child even if they are the result of reasoning, reflection and choice.

Cristina Volpi ha levato l’àncora

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Si è svolta a Milano, nello studio museo Francesco Messina, nell’ambito delle manifestazioni del Fuori Salone, l’edizione 2021 di Terra Migaki Design, la manifestazione che promuove la realizzazione di edifici, finiture e oggetti in terra cruda, coordinata dall’arch. Sergio Sabbadini, di cui avevo parlato lo scorso anno. L’edizione di quest’anno, denominata con il termine giapponese Sozai (materie prime), era dedicata al tema del design sostenibile. L’evento comprendeva anche alcune installazioni artistiche, tra cui l’opera di Cristina Volpi (Saronno, 1975) Terra Àncora, terra ancora, che rappresenta un punto di svolta nella sua produzione. Lo spazio espositivo, ospitato nella chiesa sconsacrata di San Sisto al Carrobbio, si presta particolarmente, con i suoi diversi livelli (la cripta, la navata e la volta), per gli interventi della Volpi che lo sente come luogo dell’anima, della coscienza, dell’inconscio e dell’ultraterreno ma anche della consapevolezza del sé.

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L’amore di Raffaele Cornaggia per gli oggetti

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Raffaele Cornaggia – Macairodonte – l. 250 cm h. 80 cm peso 40 kg

In un bosco di sezioni di tronchi di alberi di grandi dimensioni, si aggirano una tigre con i denti a sciabola, un lupo nell’atto di ululare, un bambi pronto a fuggire al primo rumore sospetto. Animali realizzati con centinaia di parti di oggetti abbandonati e ritrovati nelle discariche o donati da persone desiderose di conservarne la memoria, avvitate tra loro a creare forme nel rispetto dei colori. Sono le opere di Raffaele Cornaggia  (Cosio Valtellino, 1961) l’artista che ha creato Scraps World, il mondo dei rifiuti in cui animali e divinità mitiche realizzati con l’impiego di materiali scartati sono stati ambientati, per l’edizione del Fuori Salone 2021, nel punto vendita dei maestri italiani dell’artigianato del legno Bruno Spreafico, proprio a ricordarci il valore di questa risorsa e della natura di cui essa è manifestazione, messa a rischio dalla dispersione di manufatti abbandonati sulla terra ed ormai anche attorno ad essa.

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