François de Nomé, attualità di un pittore del Seicento

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François de Nomé – Rovine fantastiche con Sant’Agostino e il bambino -National Gallery

Mi sono imbattuto in François de Nomé (Metz c. 1593 – Napoli 1624) leggendo Decadenza di Michel Onfray. In apertura del volume, il filosofo francese illustra il quadro che apre questo articolo, intitolato Rovine fantastiche con Sant’Agostino e il bambino che riproporrebbe una leggenda riguardante il Santo. Sotto un cielo nero, una città che deve essere stata di grande bellezza, sta rovinando su una spiaggia su cui si è arenata una barca con il suo equipaggio, mentre Sant’Agostino si rivolge a un bambino nudo che sta cercando di svuotare il mare con una conchiglia. A lui che gli spiega che il suo progetto è destinato a fallire, il bambino, che in realtà è un angelo, risponde che lui farà in tempo a travasare tutto il mare prima che il filosofo possa comprendere il mistero della trinità.

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Arte, natura e paesaggio

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Claude Monet – Impressione-Sole all’alba- 1872

Il presente testo è la sintesi della relazione da me presentata al Master sulla bellezza organizzato dall’Istituto Uomo e Ambiente il 26 novembre scorso.

Nel rapporto tra arte, natura e paesaggio, l’Ottocento, il diciannovesimo secolo, rappresenta uno snodo fondamentale. Un secolo che inizia dalle conseguenze della Rivoluzione francese, con guerre combattute da armate a piedi e a cavallo e che vedrà, soprattutto nella seconda metà una vera e propria rivoluzione tecnologica, sociale e artistica con una nuova visione della natura e del paesaggio che ha le sue propaggini ancora ai nostri giorni. Gli sviluppi della chimica, della fisica, dei trasporti, delle comunicazioni, della fotografia e gli eventi in cui saranno rappresentati, le esposizioni universali, avranno conseguenze enormi sulla percezione della realtà e sulle sensazioni umane.

Il XIX secolo è il secolo dell’urbanizzazione. La popolazione europea passa da 180 a 470 milioni, le città con oltre 100.000 abitanti da 23 a 135. Anche se la trasformazione di Londra è ancora più imponente passando da 1 milione di inizio secolo ai 6,7 milioni della fine, quella che ci interessa maggiormente è quella di Parigi, che nei primi 50 anni dell’800 passa da 546.000 a 1.300.000 abitanti. Parigi e i suoi sobborghi, la Francia, saranno il centro delle trasformazioni della pittura e della concezione della natura e del paesaggio. La rete ferroviaria che collega Parigi ai sobborghi lungo la Senna e alla Normandia consentirà lo sviluppo del turismo dei ceti borghesi e popolari. I momenti di svago e di riposo da una vita che sta già divenendo frenetica si spostano in luoghi pieni di luce, in campagne che non sono più solo luoghi di produzione ma divengono luoghi di vacanza e di tempo libero. L’impressionismo sarà una perfetta testimonianza e visualizzazione di questa luce, di questi luoghi, di questa natura e di questi paesaggi.

Il nuovo rapporto degli artisti con la natura e il paesaggio è reso possibile dall’invenzione nel 1840 del colore in tubetto da parte dell’americano John Rand che modifica completamente la tecnica pittorica. Fino ad allora l’artista dipingeva al chiuso, in luoghi poco illuminati, dedicando molto tempo e successive rielaborazioni alla realizzazione di un’opera. La possibilità di trasportare gli attrezzi per dipingere consente invece ad una nuova generazione di artisti di dipingere all’aria aperta, en plein air, di dipingere lo stesso soggetto in ore differenti della giornata e quindi con una luce diversa, di completare l’opera al momento, con pennellate molto rapide. Ecco perché l’Ottocento è il secolo della natura e della luce. Monet, Pisarro, Degas, Renoir, Morisot, Sisley furono gli esponenti di questa corrente pittorica denominata impressionismo, riuniti nella Società anonima di artisti, pittori, scultori, incisori ecc a partire dalla mostra tenutasi nel 1874 in opposizione al Salon des Beaux Arts che si svolgeva al Louvre con diversa periodicità dal 1667. Il nome della corrente se sembra provenire dal quadro di Monet Sole che sorge chiamato Impression, voleva esprimere che essi non erano interessati a rendere il paesaggio ma la sensazione prodotta da questo. Nel dizionario del 1863 di Littré l’impressione viene definita «l’effetto più o meno pronunciato che gli oggetti esterni imprimono sugli organi di senso» e Cézanne: «Le sensazioni formano il fondamento del mio lavoro» La sensazione è una percezione rafforzata da un aspetto psicologico ed emotivo.

  • Claude Monet - Il disgelo della Senna a Vétheuil -1880
  • Claude Monet - Papaveri ad Argenteuil - 1873
  • Claude Monet- Impressione-Sole all'alba- 1872
  • Claude Monet - Bateau Atelier -1875

Ma quale natura dipinsero gli impressionisti? Secondo l’antropologo francese Claude Levi Strauss «Ciò che colpisce non è soltanto il cambiamento di stile ma il cambiamento di soggetto: la predilezione improvvisa per i modesti paesaggi di periferia, la campagna spesso ingrata dei suburbi, un campo, una fila di alberi…Questo avviene perché la splendida natura che potevano offrirsi il lusso di rappresentare gli artisti del XVII e XVIII secolo e quindi di inizio Ottocento, tende a scomparire di fronte al progresso della civiltà meccanica, ai ponti, alle ferrovie, allo sviluppo delle megalopoli; bisogna insegnare agli uomini ad accontentarsi delle briciole di una natura per sempre scomparsa.» Forse il giudizio del grande antropologo è troppo drastico ma certamente la natura che essi dipinsero con successo di pubblico, poiché la pittura di paesaggio non richiedeva grande erudizione né servivano riferimenti ai classici o alla religione, ed era facilmente comprensibile anche dalle classi meno colte ma non meno ricche, era la natura della piccola borghesia che questa poteva osservare e fruire recandosi nei sobborghi di Parigi e sulle coste della Normandia. La visione di questi artisti e del pubblico era ottimistica, senza alcuna percezione degli effetti che lo sviluppo delle città e dei trasporti avrebbero avuto sull’ambiente.

Nello stesso periodo anche su altri fronti e in altre zone del mondo il rapporto con la natura resta fondamentale. Lo sviluppo dell’economia industriale allerta personaggi di differente sensibilità che cercano anch’essi di definire il rapporto tra uomo e natura. Mentre i pittori impressionisti restano legati a un piccolo territorio, naturalisti europei come Alexander von Humboldt (1769 – 1859) e Charles Darwin (1809-1882) percorreranno il mondo con viaggi durati alcuni anni per conoscere la natura e stabilire le sue leggi di funzionamento. Diversamente da loro negli Stati Uniti Henry David Thoreau (1817-1862) autore di Walden Vita nei boschi, George Perkins Marsh (1801-1882) che scrisse Man and nature e John Muir (1838-1914) che visse per anni a Yosemite e ne promosse la trasformazione in parco nazionale furono i diffusori di una sensibilità protezionistica che cercava di mettere al riparo l’ambiente naturale dagli effetti dell’azione umana.

Come si può osservare la nostra attuale sensibilità ambientale affonda le radici nell’attività di artisti e scienziati dell’Ottocento che interpretarono le grandiose trasformazioni che l’ambiente stava subendo.

Buon Natale e Felice 2022

Abstract

On 26 November I attended the master on beauty organized by the Institute for Man and the Environment with a report on Art, nature and landscape. This is the summary of my speech.

Merry Christmas and Happy New Year

Enrico Minguzzi alla sfida della “natura morta”

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Alla Nuova Galleria Morone di Milano, Enrico Minguzzi (Cotignola-1981) con la mostra Fluoritura, riporta in auge il genere artistico della natura morta, in voga in Europa nel Sei-Settecento e che ha avuto come ultimo grande rappresentante italiano Giorgio Morandi. Lo fa in forme nuove, anche se classicheggianti: nuovi sono gli oggetti “naturali” che dispone al centro della scena su alzatine o vasi appoggiati su un piano, nuovo il colore predominante, un grigio in varie tonalità, nuovo anche il legame tra l’oggetto dipinto e la natura da cui proviene che troviamo raffigurata in alcuni quadri esposti.

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Dal rigore del paesaggio al sublime della natura, il percorso di Paola Marzoli

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Paola Marzoli – Oxalis acetosella a Santa Maria Nascente – 2020 – olio su tela di lino – 80×100

I versi del poeta americano Walt Whitman (1819-1892): “Credo che una foglia d’erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle”, descrivono perfettamente il senso delle opere di Paola Marzoli (Lecco 1944), presentate nella mostra Ogni erba ha un nome, in corso alla Galleria Rubin di Milano, fino al 27 novembre. Si tratta di un’artista che assomma in sé tre personalità, quella di architetto, di psicoterapeuta e di pittrice e che ha portato avanti una lunga ricerca individuale, culminata nell’approdo alla religione nei primi anni di questo secolo e di cui i quadri esposti sono una raffigurazione.

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Debora Antonello e la magnifica precarietà del mondo

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Debora Antonello – Oltre le rive del sonno 2021 – olio su tela – 100×120 – 2021

Debora Antonello ha esposto, purtroppo per un periodo troppo breve, i dipinti e le grafiche realizzati negli ultimi due anni, allo Spazio Arte Tolomeo Milano, una galleria costituita da un’ampia sala che con le sue pareti nere consentiva di far risaltare le tinte forti dei suoi lavori. Questa artista, nata a Cittadella in provincia di Padova nel 1967, vive oggi nel Chianti dove si trasferisce alcuni anni fa in cerca di solitudine, attratta certamente dalla bellezza delle sue colline ma anche dall’essere terra di eremi come quello di San Pietro alle Stinche, fondato da Padre Giovanni Vannucci a Panzano in Chianti. La Toscana, del resto, è stata terra di comunità e di personalità religiose che hanno avuto una notevole influenza nella nostra storia.

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Ernesto Treccani, le siepi oltre i volti

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Ernesto Treccani- Siepe blu – anni ’90 – olio su tela – 100×70

Alla galleria Ponte Rosso di Milano è possibile visitare, fino al 24 ottobre, la mostra Ernesto Treccani nel centenario della nascita, in cui sono presentate trenta opere scelte che danno conto dell’intera produzione pittorica dell’artista. L’esposizione è parte di un ciclo di eventi dedicati a questa ricorrenza che avrebbero dovuto svolgersi lo scorso anno ma che erano stati per l’appunto rinviati a quest’anno e di cui fanno parte anche due mostre virtuali visitabili sulla piattaforma digitale www.kunstmatrix.com, rispettivamente la prima fino al 25 ottobre e la seconda dall’8 novembre all’8 dicembre. Per chi, come me, era legato all’idea di un artista dei volti, la rassegna e il catalogo che l’accompagna hanno costituito una piacevolissima sorpresa, dandomi l’opportunità di conoscere aspetti della sua opera che non mi erano noti.

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La natura essenziale di Gianni Mantovani

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Gianni Mantovani-La luce che è in noi, 2020-cm 30x 30-tecnica mista su tela- (particolare)

Quando mi sono imbattuto casualmente nei dipinti di Gianni Mantovani (Concordia, MO, 1950), ho provato quella sensazione di andare oltre che è una delle componenti dell’emozione che provoca in noi un’opera d’arte e che, per l’appunto, mi ha spinto ad andare al di là dell’apparente semplicità della scena rappresentata. Pochi colori, quasi sempre il rosso, qualche volta il giallo, meno spesso l’azzurro, e poi il bianco e il nero. Figure elementari di case e chiese, alberi appena accennati con chiome tonde o affusolate, colline ripidissime o pianori, mai persone o animali. Una semplificazione della realtà non istintiva ma ragionata, certo molto vicina a quella che operano i più piccoli quando disegnano, perché i suoi lavori appaiono del tutto simili a quelli di un bambino anche se sono il risultato di un ragionamento, di una riflessione, di una scelta.

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A Pescara, sulle tracce della Pineta Dannunziana

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Paolo Dell’Elce-Pineta di Pescara

Nella prima quindicina di luglio ero in Abruzzo e avevo visitato, anche se frettolosamente, la Pineta Dannunziana e per questo sono poi rimasto colpito dall’incendio del due agosto che l’ha interessata. Nonostante sia stato domato abbastanza rapidamente, il rogo ha distrutto interamente il comparto cinque, la zona di riserva integrale chiusa al pubblico, inoltre, il fatto che si sia sviluppato all’interno della città ha creato un forte impatto psicologico. Durante la visita mi ero però sorpreso nello scoprire che l’area fosse stata istituita come Riserva Naturale Dannunziana solo il 18 maggio del 2000, cioè appena 21 anni fa e mi sembrava che questo stridesse un po’ con l’esternazione di sentimenti di preoccupazione che è seguita al fuoco. Possibile che un bene così importante avesse trovato così poca e recente attenzione? E quanto questo bene era stato presente nella ricerca artistica a testimonianza del suo valore simbolico? Qui di seguito espongo i risultati delle letture, delle visite e degli incontri di un milanese/abruzzese in vacanza, senza alcuna pretesa di completezza.

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La Città Vegetale va in vacanza. Ecco le mie proposte di lettura per l’estate

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La copertina del libro di Eduardo Kohn Come pensano le foreste

Care lettrici e Cari lettori, a luglio e agosto, La città vegetale-l’ambiente visto attraverso l’arte non pubblicherà i propri articoli con la solita periodicità settimanale del lunedì, ovverossia potranno esserci nuovi articoli ma senza una scadenza fissa. Questo perché l’autore sente il bisogno di studiare e di approfondire le tematiche di cui si occupa da circa due anni e che sembrano indirizzarsi verso dei punti di svolta.

Nei primi sei mesi di quest’anno, ho pubblicato 24 articoli che hanno ottenuto 13.375 visualizzazioni da 6.032 visitatori. Nello stesso periodo dell’anno scorso gli articoli erano stati 25 con 7.101 visualizzazioni e 2.235 visitatori. Ciò significa che le problematiche ambientali osservate dal punto di vista dell’arte e degli artisti riscontrano un interesse crescente.

Per approfondire questi temi vi suggerisco dei libri, nell’ordine di importanza che hanno per me, alcuni già letti, alcuni in lettura, altri ancora da leggere. Il primo è Il sussurro del mondo di R. Powers che è il romanzo che mi ha riavvicinato alle tematiche ambientali. Il secondo è il saggio Arte, ambiente, ecologia di Gaia Bindi, di cui ascoltai fortunatamente la presentazione dal vivo, che fornisce una sintesi utilissima e credo unica del rapporto tra i tre ambiti. Il terzo è La vita delle piante di Emanuele Coccia che ci conduce nella mescolanza con l’ambiente vegetale. Per continuare con i libri che sto leggendo vi propongo Come pensano le foreste di Eduardo Kohn, un libro complesso ma che avrà una lunga influenza sulla nostra visione degli altri viventi e di cui scriverò in autunno. Poi Le metamorfosi di Publio Ovidio Nasone perché nel nostro futuro dovremo sperimentare cambiamenti del nostro stato nel tentativo di avvicinarci agli altri regni. Altro libro in lettura è Biofilia di Edward Wilson purtroppo fuori catalogo ma rinvenibile nelle biblioteche, utile per comprendere la nostra relazione con gli ambienti naturali. Infine, due libri di cui ho ascoltato la presentazione sul podcast Il posto delle parole di Livio Partiti: La lezione della farfalla di Daniel Lumera e Immaculata De Vivo e il romanzo L’anatra sposa di Marta Ceroni che illustrano le nuove parole che dovremo impiegare per comprendere e cambiare la situazione che stiamo vivendo.

Naturalmente se potete visitate mostre e frequentate l’arte in tutte le sue forme.

Buone vacanze!

Dear readers, in July and August, The vegetable city-the environment seen through art will not publish its articles every Monday. In the first six months of this year, I published 24 articles that got 13,375 views from 6,032 visitors, the first increased almost double and the second almost three times over the same period last year. For this summer I propose you some books.

I wish you happy holidays!

Nel bosco di Dacia Manto animali e piante agiscono su di noi

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Dacia Manto-Nebulosa#16-Red Lab Gallery-2021

Walden, il bosco in cui il filosofo Henri David Thoreau (1817-1862), si ritirò a vivere per 26 mesi quando aveva ventotto anni, per sottrarsi allo stile di vita dei propri concittadini di Concord, è un luogo sempre attuale e ricorrente nella trattazione artistica che ne è seguita. Non stupisce quindi che Dacia Manto (Milano, 1973), che si ispira a Thoreau e che già nel 2008, a Ravenna, gli aveva dedicato una installazione e una performance, abbia voluto, in un certo qual modo, ricrearlo a Milano, alla galleria Red Lab diretta da Lucia Pezzulla. Entrati ci si trova in una piccola stanza in cui alle pareti scure sono appesi i lavori realizzati dall’artista su vari materiali, con diverse tecniche e di differenti dimensioni. Sedendovi sulla panca posta al centro della stanza, vi troverete immersi in un bosco da cui potrete osservare non immagini separate ma un panorama unico e coerente, formato da una ricca e fitta vegetazione in cui vivono animali e in cui in lontananza scorgiamo un lago e talvolta intravediamo una figura umana. Avvertiamo un senso di pace, di tranquillità, il luogo non ci spaventa, ci troviamo in quella che l’artista definisce “una tana, uno spazio chiuso e sicuro” ma anche un caleidoscopio della natura. La mostra si intitola Nebulosa 11, beside Walden e prende il nome da Nebula, la lupa dell’artista morta da poco.

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