Arte, natura e paesaggio

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Claude Monet – Impressione-Sole all’alba- 1872

Il presente testo è la sintesi della relazione da me presentata al Master sulla bellezza organizzato dall’Istituto Uomo e Ambiente il 26 novembre scorso.

Nel rapporto tra arte, natura e paesaggio, l’Ottocento, il diciannovesimo secolo, rappresenta uno snodo fondamentale. Un secolo che inizia dalle conseguenze della Rivoluzione francese, con guerre combattute da armate a piedi e a cavallo e che vedrà, soprattutto nella seconda metà una vera e propria rivoluzione tecnologica, sociale e artistica con una nuova visione della natura e del paesaggio che ha le sue propaggini ancora ai nostri giorni. Gli sviluppi della chimica, della fisica, dei trasporti, delle comunicazioni, della fotografia e gli eventi in cui saranno rappresentati, le esposizioni universali, avranno conseguenze enormi sulla percezione della realtà e sulle sensazioni umane.

Il XIX secolo è il secolo dell’urbanizzazione. La popolazione europea passa da 180 a 470 milioni, le città con oltre 100.000 abitanti da 23 a 135. Anche se la trasformazione di Londra è ancora più imponente passando da 1 milione di inizio secolo ai 6,7 milioni della fine, quella che ci interessa maggiormente è quella di Parigi, che nei primi 50 anni dell’800 passa da 546.000 a 1.300.000 abitanti. Parigi e i suoi sobborghi, la Francia, saranno il centro delle trasformazioni della pittura e della concezione della natura e del paesaggio. La rete ferroviaria che collega Parigi ai sobborghi lungo la Senna e alla Normandia consentirà lo sviluppo del turismo dei ceti borghesi e popolari. I momenti di svago e di riposo da una vita che sta già divenendo frenetica si spostano in luoghi pieni di luce, in campagne che non sono più solo luoghi di produzione ma divengono luoghi di vacanza e di tempo libero. L’impressionismo sarà una perfetta testimonianza e visualizzazione di questa luce, di questi luoghi, di questa natura e di questi paesaggi.

Il nuovo rapporto degli artisti con la natura e il paesaggio è reso possibile dall’invenzione nel 1840 del colore in tubetto da parte dell’americano John Rand che modifica completamente la tecnica pittorica. Fino ad allora l’artista dipingeva al chiuso, in luoghi poco illuminati, dedicando molto tempo e successive rielaborazioni alla realizzazione di un’opera. La possibilità di trasportare gli attrezzi per dipingere consente invece ad una nuova generazione di artisti di dipingere all’aria aperta, en plein air, di dipingere lo stesso soggetto in ore differenti della giornata e quindi con una luce diversa, di completare l’opera al momento, con pennellate molto rapide. Ecco perché l’Ottocento è il secolo della natura e della luce. Monet, Pisarro, Degas, Renoir, Morisot, Sisley furono gli esponenti di questa corrente pittorica denominata impressionismo, riuniti nella Società anonima di artisti, pittori, scultori, incisori ecc a partire dalla mostra tenutasi nel 1874 in opposizione al Salon des Beaux Arts che si svolgeva al Louvre con diversa periodicità dal 1667. Il nome della corrente se sembra provenire dal quadro di Monet Sole che sorge chiamato Impression, voleva esprimere che essi non erano interessati a rendere il paesaggio ma la sensazione prodotta da questo. Nel dizionario del 1863 di Littré l’impressione viene definita «l’effetto più o meno pronunciato che gli oggetti esterni imprimono sugli organi di senso» e Cézanne: «Le sensazioni formano il fondamento del mio lavoro» La sensazione è una percezione rafforzata da un aspetto psicologico ed emotivo.

  • Claude Monet- Impressione-Sole all'alba- 1872
  • Claude Monet - Bateau Atelier -1875
  • Claude Monet - Papaveri ad Argenteuil - 1873
  • Claude Monet - Il disgelo della Senna a Vétheuil -1880

Ma quale natura dipinsero gli impressionisti? Secondo l’antropologo francese Claude Levi Strauss «Ciò che colpisce non è soltanto il cambiamento di stile ma il cambiamento di soggetto: la predilezione improvvisa per i modesti paesaggi di periferia, la campagna spesso ingrata dei suburbi, un campo, una fila di alberi…Questo avviene perché la splendida natura che potevano offrirsi il lusso di rappresentare gli artisti del XVII e XVIII secolo e quindi di inizio Ottocento, tende a scomparire di fronte al progresso della civiltà meccanica, ai ponti, alle ferrovie, allo sviluppo delle megalopoli; bisogna insegnare agli uomini ad accontentarsi delle briciole di una natura per sempre scomparsa.» Forse il giudizio del grande antropologo è troppo drastico ma certamente la natura che essi dipinsero con successo di pubblico, poiché la pittura di paesaggio non richiedeva grande erudizione né servivano riferimenti ai classici o alla religione, ed era facilmente comprensibile anche dalle classi meno colte ma non meno ricche, era la natura della piccola borghesia che questa poteva osservare e fruire recandosi nei sobborghi di Parigi e sulle coste della Normandia. La visione di questi artisti e del pubblico era ottimistica, senza alcuna percezione degli effetti che lo sviluppo delle città e dei trasporti avrebbero avuto sull’ambiente.

Nello stesso periodo anche su altri fronti e in altre zone del mondo il rapporto con la natura resta fondamentale. Lo sviluppo dell’economia industriale allerta personaggi di differente sensibilità che cercano anch’essi di definire il rapporto tra uomo e natura. Mentre i pittori impressionisti restano legati a un piccolo territorio, naturalisti europei come Alexander von Humboldt (1769 – 1859) e Charles Darwin (1809-1882) percorreranno il mondo con viaggi durati alcuni anni per conoscere la natura e stabilire le sue leggi di funzionamento. Diversamente da loro negli Stati Uniti Henry David Thoreau (1817-1862) autore di Walden Vita nei boschi, George Perkins Marsh (1801-1882) che scrisse Man and nature e John Muir (1838-1914) che visse per anni a Yosemite e ne promosse la trasformazione in parco nazionale furono i diffusori di una sensibilità protezionistica che cercava di mettere al riparo l’ambiente naturale dagli effetti dell’azione umana.

Come si può osservare la nostra attuale sensibilità ambientale affonda le radici nell’attività di artisti e scienziati dell’Ottocento che interpretarono le grandiose trasformazioni che l’ambiente stava subendo.

Buon Natale e Felice 2022

Abstract

On 26 November I attended the master on beauty organized by the Institute for Man and the Environment with a report on Art, nature and landscape. This is the summary of my speech.

Merry Christmas and Happy New Year

Enrico Minguzzi alla sfida della “natura morta”

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Alla Nuova Galleria Morone di Milano, Enrico Minguzzi (Cotignola-1981) con la mostra Fluoritura, riporta in auge il genere artistico della natura morta, in voga in Europa nel Sei-Settecento e che ha avuto come ultimo grande rappresentante italiano Giorgio Morandi. Lo fa in forme nuove, anche se classicheggianti: nuovi sono gli oggetti “naturali” che dispone al centro della scena su alzatine o vasi appoggiati su un piano, nuovo il colore predominante, un grigio in varie tonalità, nuovo anche il legame tra l’oggetto dipinto e la natura da cui proviene che troviamo raffigurata in alcuni quadri esposti.

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Dal rigore del paesaggio al sublime della natura, il percorso di Paola Marzoli

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Paola Marzoli – Oxalis acetosella a Santa Maria Nascente – 2020 – olio su tela di lino – 80×100

I versi del poeta americano Walt Whitman (1819-1892): “Credo che una foglia d’erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle”, descrivono perfettamente il senso delle opere di Paola Marzoli (Lecco 1944), presentate nella mostra Ogni erba ha un nome, in corso alla Galleria Rubin di Milano, fino al 27 novembre. Si tratta di un’artista che assomma in sé tre personalità, quella di architetto, di psicoterapeuta e di pittrice e che ha portato avanti una lunga ricerca individuale, culminata nell’approdo alla religione nei primi anni di questo secolo e di cui i quadri esposti sono una raffigurazione.

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Debora Antonello e la magnifica precarietà del mondo

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Debora Antonello – Oltre le rive del sonno 2021 – olio su tela – 100×120 – 2021

Debora Antonello ha esposto, purtroppo per un periodo troppo breve, i dipinti e le grafiche realizzati negli ultimi due anni, allo Spazio Arte Tolomeo Milano, una galleria costituita da un’ampia sala che con le sue pareti nere consentiva di far risaltare le tinte forti dei suoi lavori. Questa artista, nata a Cittadella in provincia di Padova nel 1967, vive oggi nel Chianti dove si trasferisce alcuni anni fa in cerca di solitudine, attratta certamente dalla bellezza delle sue colline ma anche dall’essere terra di eremi come quello di San Pietro alle Stinche, fondato da Padre Giovanni Vannucci a Panzano in Chianti. La Toscana, del resto, è stata terra di comunità e di personalità religiose che hanno avuto una notevole influenza nella nostra storia.

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Ernesto Treccani, le siepi oltre i volti

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Ernesto Treccani- Siepe blu – anni ’90 – olio su tela – 100×70

Alla galleria Ponte Rosso di Milano è possibile visitare, fino al 24 ottobre, la mostra Ernesto Treccani nel centenario della nascita, in cui sono presentate trenta opere scelte che danno conto dell’intera produzione pittorica dell’artista. L’esposizione è parte di un ciclo di eventi dedicati a questa ricorrenza che avrebbero dovuto svolgersi lo scorso anno ma che erano stati per l’appunto rinviati a quest’anno e di cui fanno parte anche due mostre virtuali visitabili sulla piattaforma digitale www.kunstmatrix.com, rispettivamente la prima fino al 25 ottobre e la seconda dall’8 novembre all’8 dicembre. Per chi, come me, era legato all’idea di un artista dei volti, la rassegna e il catalogo che l’accompagna hanno costituito una piacevolissima sorpresa, dandomi l’opportunità di conoscere aspetti della sua opera che non mi erano noti.

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Sex education: i fiori non sono solo natura

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Devo ammettere di essere rimasto intrigato dalla campagna pubblicitaria della terza stagione della serie televisiva Sex Education di e su Netflix (di cui non avevo mai sentito parlare), fin dalla sua prima comparsa nelle stazioni della metropolitana di Milano. Non però dai manifesti recanti grandi fiori, frutti e altri vegetali annuenti alla forma dei genitali maschili e femminili con l’intenzione di rassicurare, spero solo i più giovani, sulla unicità dell’apparato riproduttivo di ognuno, argomento su cui l’artista inglese Jamie McCartney ha realizzato numerose opere tra cui The great wall of vagina e The space of life, ma quanto piuttosto dagli altri che, simili ad affreschi, riportavano le foto dei protagonisti della serie avviluppati da una pianta che nel linguaggio dei fiori illustrava il carattere di ognuno di loro. Il fatto che una serie di successo, per di più rivolta agli adolescenti, impiegasse i fiori in uno stile compositivo che avrebbe potuto ricordare i manuali di botanica e le illustrazioni della vittoriana Kate Greenaway, mi è sembrato subito non casuale e innovativo. Doveva trattarsi di qualche significato che andava al di là dei fiori come riferimento alla natura e al mondo naturale come molti artisti e molte mostre continuano, in alcuni casi stancamente, a ripetere perdendo di vista gli altri significati che vegetali e fiori hanno per la nostra vita.

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La natura essenziale di Gianni Mantovani

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Gianni Mantovani-La luce che è in noi, 2020-cm 30x 30-tecnica mista su tela- (particolare)

Quando mi sono imbattuto casualmente nei dipinti di Gianni Mantovani (Concordia, MO, 1950), ho provato quella sensazione di andare oltre che è una delle componenti dell’emozione che provoca in noi un’opera d’arte e che, per l’appunto, mi ha spinto ad andare al di là dell’apparente semplicità della scena rappresentata. Pochi colori, quasi sempre il rosso, qualche volta il giallo, meno spesso l’azzurro, e poi il bianco e il nero. Figure elementari di case e chiese, alberi appena accennati con chiome tonde o affusolate, colline ripidissime o pianori, mai persone o animali. Una semplificazione della realtà non istintiva ma ragionata, certo molto vicina a quella che operano i più piccoli quando disegnano, perché i suoi lavori appaiono del tutto simili a quelli di un bambino anche se sono il risultato di un ragionamento, di una riflessione, di una scelta.

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Cristina Volpi ha levato l’àncora

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Si è svolta a Milano, nello studio museo Francesco Messina, nell’ambito delle manifestazioni del Fuori Salone, l’edizione 2021 di Terra Migaki Design, la manifestazione che promuove la realizzazione di edifici, finiture e oggetti in terra cruda, coordinata dall’arch. Sergio Sabbadini, di cui avevo parlato lo scorso anno. L’edizione di quest’anno, denominata con il termine giapponese Sozai (materie prime), era dedicata al tema del design sostenibile. L’evento comprendeva anche alcune installazioni artistiche, tra cui l’opera di Cristina Volpi (Saronno, 1975) Terra Àncora, terra ancora, che rappresenta un punto di svolta nella sua produzione. Lo spazio espositivo, ospitato nella chiesa sconsacrata di San Sisto al Carrobbio, si presta particolarmente, con i suoi diversi livelli (la cripta, la navata e la volta), per gli interventi della Volpi che lo sente come luogo dell’anima, della coscienza, dell’inconscio e dell’ultraterreno ma anche della consapevolezza del sé.

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L’amore di Raffaele Cornaggia per gli oggetti

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Raffaele Cornaggia – Macairodonte – l. 250 cm h. 80 cm peso 40 kg

In un bosco di sezioni di tronchi di alberi di grandi dimensioni, si aggirano una tigre con i denti a sciabola, un lupo nell’atto di ululare, un bambi pronto a fuggire al primo rumore sospetto. Animali realizzati con centinaia di parti di oggetti abbandonati e ritrovati nelle discariche o donati da persone desiderose di conservarne la memoria, avvitate tra loro a creare forme nel rispetto dei colori. Sono le opere di Raffaele Cornaggia  (Cosio Valtellino, 1961) l’artista che ha creato Scraps World, il mondo dei rifiuti in cui animali e divinità mitiche realizzati con l’impiego di materiali scartati sono stati ambientati, per l’edizione del Fuori Salone 2021, nel punto vendita dei maestri italiani dell’artigianato del legno Bruno Spreafico, proprio a ricordarci il valore di questa risorsa e della natura di cui essa è manifestazione, messa a rischio dalla dispersione di manufatti abbandonati sulla terra ed ormai anche attorno ad essa.

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Come pensano le foreste. L’antropologia oltre l’umano di Edoardo Kohn riguarda anche l’arte ambientale

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Foto tratta dal libro “Come pensano le foreste” di Eduardo Kohn

A fine giugno, l’editore Nottetempo ha pubblicato “Come pensano le foreste”, un libro dell’antropologo canadese Eduardo Kohn, apparso per la prima volta nel 2013. L’autore, con lontane origini italiane che hanno un peso nella storia di questo volume e di cui dirò alla fine, vi ha raccolto il risultato di quattro anni di lavoro in Ecuador tra le popolazioni Runa che vivono nelle foreste dell’Alta Amazzonia attorno ad Avila. Il libro, avvincente e complesso, ha avuto una notevole eco ed è considerato una pietra miliare nello sviluppo e nella rifondazione dell’antropologia culturale all’interno di un filone più ampio che comprende anche Philippe Descola, Anne Tsing di cui ho parlato qui e altri, ponendo l’accento non sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente ma sul più ampio ecosistema in cui gli esseri viventi convivono, nel caso particolare la foresta amazzonica. Il titolo, certamente affascinante, vuole proprio sottolineare come gli esseri che la abitano condividono una modalità di pensiero comune. I suoi contenuti riguardano tutti noi e Kohn ha immaginato il suo lavoro come una sorta di diplomazia cosmica, cioè giungendo a “una cornice concettuale in cui i diversi attori – e io dico anche gli artisti – possono comprendere i loro mondi in modo nuovo”.

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