Sulle tracce della terra: dal Museo delle ceramiche Acerbo di Loreto Aprutino a Castelli e a Castelbasso

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Vaschetta Frigidaria con scene della vita del Re David- Bottega Grue – Seconda metà del XVII secolo – Museo Acerbo delle ceraniche di Castelli – Foto Michael Kenna

La ceramica sta vivendo in Italia un momento molto felice, dovuto anche allo sviluppo di una maggiore sensibilità ambientale che avvicina il pubblico a questa espressione artistica, come testimoniato anche dal successo di alcune iniziativa come TMD2020 e la mostra di Maria Cristina Carlini, svoltesi a Milano. A tale proposito, durante il mese di agosto, chi avesse voluto avrebbe potuto compiere, in un solo giorno, un viaggio attraverso lo sviluppo della ceramica italiana, visitando il Museo Acerbo delle ceramiche di Castelli a Loreto Aprutino, il paese di Castelli e la mostra della Fondazione Malvina Menegaz “La forma della terra. Geografia della ceramica contemporanea in Italia”, svoltasi a Castelbasso in provincia di Teramo, tutte località site in Abruzzo a non eccessiva distanza tra di loro.

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I lavoratori del mare di Mario Morigi

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Mario Morigi – Olio sul tavola- 1955- Ristorante A’Riccione – Milano

A’ Riccione è il più noto ristorante di pesce di Milano. Fondato negli anni 50, continua la sua attività grazie ai fratelli Di Paolo che hanno rilevato e rinnovato la sua gestione negli storici locali di via Taramelli. Qui sono stati conservati parte degli arredi e dell’ambientazione originale, tra cui una serie di oli su tavola di grandi dimensioni e un mosaico di una decina di metri di lunghezza e di oltre un metro di altezza che arredano due delle tre sale in cui si svolge l’attività. Si tratta di elementi dell’allestimento che Mario Morigi (1904-1978), artista cesenate, aveva realizzato per conto degli allora proprietari, la famiglia romagnola Metalli e su invito di Alberto Rognoni, cesenate anch’egli e proprietario del Guerin Sportivo nonché fondatore del Cesena Calcio.

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Agricoltura e arte in Abruzzo. Dal frantoio di Raffaele Baldini Palladini a Pollinaria

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Museo dell’olio di Loreto Aprutino (PE)-La targa dell’oleificio di Raffaele Baldini Baldinelli

Ho trascorso il mese di agosto in Abruzzo dove ho avuto l’occasione di visitare l’antico frantoio di Raffaele Baldini Palladini (RBP) (1842-1916) e che oggi ospita il Museo dell’olio di Loreto Aprutino (PE). Il Palladini, un originale e innovativo imprenditore oleario, avviò la costruzione di un vero e proprio marchio alimentare come inteso oggi, mescolando elementi materiali e immateriali, in modo da valorizzare il proprio olio d’oliva.

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Quattro capanne più una. Il valore della semplicità per A. Bellobono, C. Moulin e L. Caffo

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La capanna di Charles Moulin sul Monte Marrone a 1805 m slm (Molise)

In questi giorni, in cui si susseguono  i dibattiti e le indagini su quali dovrebbero essere i valori della ripartenza, vi propongo di parlare della semplicità, a partire dall’esperienza di Angelo Bellobono (Nettuno, 1964), artista e sportivo,  Charles Moulin (Lille, 1869-Isernia, 1960), pittore francese che trascorse gran parte della sua vita nel Molise e Leonardo Caffo (Catania, 1988), filosofo, autore del libro “Quattro capanne o della semplicità”.

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Artisti e scienziati alla ricerca dell’origine della vita: Maria Cristina Carlini e Francesco Salese

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Maria Cristina Carlini – Origine- 2019-grès terra tecnica mista-7 elementi da cm h.230 a 340 (dettaglio)

Allo Studio Museo Francesco Messina di Milano è in corso, dal 10 luglio all’8 settembre, la mostra di Maria Cristina Carlini (MCC), “Geologie, memoria della terra”. MCC (Varese-1942) ha una lunga attività alle sue spalle, iniziata casualmente negli anni Settanta quando, laureata in giurisprudenza, si trasferisce con il marito che deve seguire un master, a Stanford in California. Qui, come ha raccontato lei, avendo poco da fare, si iscrive a un corso di ceramica e scopre la passione che la porterà a diventare una scultrice affermata, con opere esposte nei principali musei e luoghi pubblici del mondo. In mostra a Milano ci sono sei opere molto significative e rappresentative della sua attività artistica: Libro dei morti, Origine, Legni, Fantasmi del Lago, Meride. Fossili, Samurai.  Naturalmente vi consiglio di andare a visitarla, l’ingresso è gratuito e basta prenotare.  

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Le città dopo il Covid: suggestioni dal movimento Liberty, da Italo Calvino e Jane Jacobs

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Il doodle dedicato a Jane Jacobs nell’anniverario dei cento anni dalla sua nascita il 4 maggio 2016

Dall’8 al 14 luglio si celebra in Italia la settimana dell’Art Nouveau organizzata dall’associazione Italia Liberty. La manifestazione vuole ricordare il vasto movimento europeo che, assumendo nomi diversi: Modern Style, Art Nouveau, Jugendstil, Secessione, Floreale, Modernismo, Liberty, interessò in primo luogo l’architettura e le arti applicate, lasciando ampia e preziosa testimonianza in molte delle nostre città che conobbero per questo una nuova “fioritura”.

La rappresentazione di fiori e piante, simbolo di vita e sviluppo, fu la protagonista indiscussa di tale periodo che dalla fine dell’Ottocento alla Prima Guerra Mondiale, testimoniò l’ottimismo che saldava il progresso industriale ed economico, celebrato dalle esposizioni universali, agli elementi naturali, quando dell’Antropocene e del cambiamento climatico non si aveva ancora alcuna consapevolezza.

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TMD2020. Gli artisti della terra

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Un dorodango di Bruce Gardner -Foto di Jenna Close – Behance

TMD è l’acronimo di Terra Migaki Design. Migaki in giapponese vuol dire lucidato e quindi la traduzione potrebbe suonare “design della terra lucidata”. La lucidatura ha a che fare con un particolare oggetto, il dorodango, una sfera di argilla che, secondo una tecnica artistica giapponese, viene levigata manualmente fino ad ottenere una superficie lucida che può assumere diversi colori a seconda della sua composizione e delle polveri che vi vengono aggiunte. Nato dalla collaborazione culturale tra Italia e Giappone e sviluppatosi con eventi per il Fuori Salone, oggi TMD rappresenta in Italia un gruppo di professionisti che promuove la realizzazione di edifici, finiture e oggetti in terra cruda, coordinato dall’ arch. Sergio Sabbadini che ne è il propugnatore e “l’ideologo”.

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Kengiro Azuma lo scultore dell’invisibile

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Kengiro Azuma – Foto da Archvio Azuma

Nel corso della mia visita alla galleria LUAR, in via Bandinelli 60 a Milano, di cui ho parlato in questo blog, mi ero imbattuto in alcune statue in pietra dello scultore Kengiro Azuma (1926-2016) che aveva avuto, lì accanto, al piano terra di una palazzina, il proprio studio/abitazione, oggi luogo di lavoro del figlio, l’arch. Ambrogio Azuma che mi ha aiutato, nel corso di una chiacchierata al telefono, a inquadrare la figura, umana e artistica, del padre.

Sono già noti alcuni avvenimenti della vita di Kengiro Azuma che hanno influenzato profondamente la sua ricerca artistica: la provenienza da una famiglia di fonditori di bronzo che realizzava campane; la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale come pilota kamikaze che però si salva grazie alla fine del conflitto; la crisi che attraversa subito dopo, quando per un anno, non esce di casa come un Hikikomori. Durante questo periodo matura l’idea di dedicarsi all’arte e grazie a una borsa di studio, giunge in Italia, dove resterà tutta la vita, per seguire il lavoro di Marino Marini. Ma va considerata anche la sua “identità ambientale”, intesa come connessione psicologica e culturale con la natura del proprio paese di provenienza, il Giappone, caratterizzato da fenomeni climatici estremi e da frequenti terremoti e maremoti, con grandi conseguenze umane, fenomeni naturali che lo shintoismo, la religione nazionale giapponese, ritiene manifestazione di forze divine. Il figlio mi spiega che i giapponesi, a causa dell’estrema precarietà dell’esistenza dovuta alla geologia e al clima, sono abituati a vivere nel presente, serenamente, grazie a questa consapevolezza. Una mia amica, l’artista giapponese Asami Takahashi aggiunge che, per vivere bene devi usare concetti semplici che vadano alla radice delle cose e che lo stato migliore è il niente perché ti consente di non soffrire.

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Bathygraphica. Come gli abissi marini divennero visibili grazie al lavoro della scienziata Marie Tharp e del pittore Heinrich Berann.

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Heinrich Berann – Manuscript painting of Heezen Tharp World ocean floor -1977

La Giornata Mondiale degli Oceani si celebra l’8 giugno ed è l’occasione per riflettere sulla loro importanza. Essi coprono il 71% della superficie del globo terrestre, producendo il 50% dell’ossigeno e intercettando il 30% di tutta l’anidride carbonica. Questi benefici sono minacciati dall’aumento della loro temperatura media che non deve superare i 15° e dai rifiuti plastici che creano vere e proprie isole, con conseguenze per pesci e uccelli.

Nonostante siano stati percorsi sin dall’antichità, fino alla prima metà del ventesimo secolo è stato impossibile far giungere fin nelle loro profondità il nostro sguardo. I circa undici chilometri della Fossa delle Marianne, la più profonda depressione oceanica, sono da considerarsi, per quanto riguarda la visibilità, alla pari dello spazio cosmico più profondo, senza però che ad oggi, a differenza che per quest’ultimo, sia stato possibile realizzare un “telescopio” che ci consenta di osservare cosa accada sul fondo del mare.

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Georges de La Tour l’Europa della luce. Una mostra al tempo del Covid

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Georges de La Tour – L’educazione della Vergine – 1646 1648 – Museo del Louvre

La mostra “Georges de La Tour l’Europa della Luce”, in corso al Palazzo Reale di Milano, ha avuto uno svolgimento singolare. La curatrice Francesca Cappelletti, in una bella intervista, del 20 febbraio scorso, al podcast “Il posto delle parole”, raccontava che inizialmente, si era pensato di chiamare la mostra “L’Europa delle Tenebre”, riferendosi alla consuetudine del pittore e di altri artisti suoi contemporanei, di dipingere scene ambientate in interni poco illuminati. Solo successivamente si era preferito optare per “l’Europa della luce”, privilegiando il richiamo al chiarore fornito dalle candele che rischiarano le scene dei quadri. Purtroppo la mostra, che avrebbe dovuto restare aperta dal 7 febbraio al 7 luglio di quest’anno, è stata chiusa a causa dell’emergenza sanitaria, divenendo una delle mostre simbolo della situazione “dell’Europa del Covid”.

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