Le architetture (e i comportamenti) criminali secondo Adelaide Di Nunzio

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Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-Unfinished 007

Le cause dei cambiamenti climatici e ambientali, di cui parliamo nella Città Vegetale, ruotano fondamentalmente attorno a due definizioni: Antropocene e Capitalocene. Secondo la prima essi sono causati dall’attività umana successiva alla rivoluzione industriale, per la seconda la responsabilità è del modo di produzione capitalistico, privato o di stato. La fotografa e artista Adelaide Di Nunzio (Napoli-1978) con il suo libro Architetture criminali (Crowdbooks-2020) introduce una terza causa: la criminalità. La pubblicazione, risultato di oltre dieci anni di viaggi e servizi in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, testimonia gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente dell’attività delle organizzazioni criminali, ma anche di scelte politiche e di decisioni amministrative errate. Il suo lavoro è animato da un forte impulso etico, che si può condensare nella sua massima “la denuncia fotografica è un atto d’amore verso la società”. Per lei il fotogiornalismo è un lavoro antropologico e sociale, che coglie gli esseri umani sul palcoscenico della vita, per stimolare una riflessione, come testimoniato anche dai suoi altri lavori: The skin, ispirato al romanzo La pelle di Curzio Malaparte e My women, una ricerca sulla condizione femminile, in cui interviene con pittura e segni sul corpo nudo delle donne.

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“Lo spettro di Malthus” inquieta ancora Marzia Migliora

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Marzia Migliora, La gabbia, 2019-2020. Elementi in ferro e legno, paglia, paraocchi, scatola per diorami, blocco di sale inciso, ferro e coda di cavallo, 265 x 300 x 300 cm. Foto di Renato Ghiazza. Courtesy: dell’artista; Museo MA*GA.

Al Museo MAGA di Gallarate, fino al 10 marzo(salvo ulteriori restrizioni), sarà possibile visitare la mostra di Marzia Migliora(Alessandria-1972), Lo spettro di Malthus, che consiglio di visitare per almeno tre motivi: affronta l’argomento della disponibilità delle risorse alimentari che spesso diamo per scontata; contiene poche opere che richiedono tempo per essere viste e assorbite, grazie anche a un bell’opuscolo con foto e contributi utili alla riflessione successiva; l’ingresso gratuito che assorbe le spese di viaggio che potreste dover sostenere per raggiungere il museo. L’artista conosce il tema del cibo e delle risorse alimentari di cui si era già occupata in altri lavori. Figlia di agricoltori, ha vissuto l’infanzia in una casa circondata da coltivazioni e popolata di animali. “La vita contadina, la cura della terra e la determinazione delle specie vegetali, credo che abbiano formato il mio sguardo d’artista”, dice di sé stessa.

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Per Barbara De Ponti l’Arte deve ispirarsi alla Scienza

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Barbara De Ponti, Clay Time Code, Museo Civico di Scienze Naturali Malmerendi, 2016-2 ph Maki Ochoa

Per sintetizzare il lavoro di Barbara De Ponti (Milano-1975) si potrebbe dire che esso si è concentrato, finora, sui grandi temi dello spazio e del tempo e si è concretizzato in una serie di eventi denominati “Planning Costellation” (2009), “Speaking Things” (2009), “La luce naturale delle stelle” (2012), “To identity” (2015), tutti ben illustrati nel piccolo volume “Isolario-appunti geografici sull’opera di Barbara De Ponti” (a cura di Alessandro Castiglioni-Postmediabooks) e poi “Clay Time Code” (2016) e “Forma mentis” (2018), di cui potete vedere delle immagini a fine articolo. Non descriverei però compiutamente la sua indagine, se non parlassi del retroterra culturale e metodologico che la sorregge e che inquadra il suo lavoro.

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Pep Marchegiani si camuffa per manifestarsi

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Pep Marchegiani-Letto romano-tecnica mista-2021

Di Pep Marchegiani (Atri, 1971) avevo parlato a settembre del 2020. Mi avevano colpito le sue installazioni in cui comparivano grandi fiori ed esse mi erano apparse, come avevo scritto, la migliore risposta alla domanda “perché continuare a dipingerli?”. Le sue opere, per quanto concettuali, erano fortemente illustrative e figurative, conseguenza anche della sua precedente attività grafica nel mondo della moda. Poco dopo, però, egli aveva iniziato a pubblicare sul suo profilo Instagram delle nuove opere molto diverse dalle precedenti. Quadri “astratti” formati da grandi strisce sinuose e accostate di diversi colori, simili a onde, dipinte su tele con dei lembi ripiegati, in modo da fornire tridimensionalità al quadro, con un forte effetto ipnotico.

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Luciano Mello Witkowski Pinto, un artista dalla parte dell’innocenza

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Luciano Mello Witkowski Pinto-Installazione Jaguar-uomo- 2019-composito e pigmento-misure variabili

Luciano Mello Witkowski Pinto (Americana, 1972) è un artista brasiliano che si è diplomato in scultura all’Accademia delle Belle Arti di Brera e che è tornato da alcuni anni a vivere in Italia. La sua vita artistica ha inizio a 12 anni quando un suo disegno viene notato da un insegnante che lo convince a prendere lezioni di anatomia. Dopo aver frequentato il liceo tecnico, che gli fornisce delle solide basi per la conoscenza dei materiali delle sue successive opere di scultura, viene a studiare a Milano, dove conoscerà Margherita Leoni, l’artista bergamasca di cui ho parlato due settimane fa e che diventerà sua moglie. In Brasile ha un suo laboratorio e inizia a realizzare sculture in marmo e bronzo, materiali che poi abbandonerà a favore di compositi di vario tipo che gli danno la possibilità di realizzare le forme e gli effetti desiderati.

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Fiber Art: la passione di Gabriella Anedi e la moda di Dada

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Gloria Campriani-L’estate appesa ad un filo-Bologna-annodatura e intrecci in fibra riciclata-2020

Ogni espressione artistica contiene tracce del passato e profezie del futuro ma la Fiber Art sembra possedere queste caratteristiche alla massima potenza. Poiché è definita come l’arte realizzata con materiali flessibili (non necessariamente naturali), ad essa fanno capo un grande numero di tecniche: tessitura, ricamo, annodatura, intrecciatura, lavoro ai ferri, uncinetto, cucito ed altre. Si tratta di attività spesso legate all’ambiente domestico e apprese in quell’ambito e magari poi portate a livello artigianale e industriale, ma di cui restano tracce nelle nostre case e nelle nostre vite. In questo senso sono segnali del passato ma anche di un futuro diverso che sottotraccia hanno accompagnato tutte le fasi del progresso del genere umano.

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Il viaggio di Margherita Leoni attraverso la natura di due mondi

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Margherita Leoni-Bruciata-tecnica mista su tela-cm70x100-2011

Margherita Leoni (Bergamo, 1974) è un’artista botanica che sta portando avanti un suo personale percorso di rappresentazione della vita vegetale. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti di Milano, si sposta a vivere in Brasile, nella città di Americana, con lo scultore brasiliano Luciano Mello Witkowski Pinto, diventato suo marito e di cui parlerò nelle prossime settimane. Qui conosce l’ingegnere agronomo e botanico Harri Lorenzi che da anni percorre il Brasile per mapparne la flora, scoprendo nuove specie e riscoprendone di dimenticate e che ha stabilito la base del suo Istituto nella città di Nuova Odessa, confinante con Americana, dove nel 2011 fonderà il Jardin Botanico Plantarum, che ospita oltre 3500 piante. Dai risultati degli studi di Harri Lorenzi, Margherita Leoni trarrà ispirazione e conoscenze che approfondirà studiando Botanica all’Università di San Paolo.

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Il ritmo e la geometria della musica nelle nature morte di Gabriele Jardini

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Gabriele Jardini-Doppio scatto-oggetti ed alimenti tagliati. Installazione e foto-2013

Osservando le opere di Gabriele Jardini (Gerenzano, 1956), si può essere tratti in inganno da una apparente semplicità. Ad esempio, guardando per la prima volta la foto nell’immagine di apertura, “Doppio scatto, oggetti ed alimenti tagliati”, mi ero posto solo due domande: se la natura morta avesse ancora un senso nella nostra epoca di immagini digitali e a cosa egli si ispirasse, senza porre la necessaria attenzione ad osservarla per cogliere invece le caratteristiche del suo lavoro. Per quanto riguarda l’attualità della prima posso rispondere che, nonostante gli eccessi a cui il digitale ci ha abituato e di cui siamo complici, il desiderio di riprodurre elementi naturali come frutta e vegetali assieme al vasellame in un ambiente domestico, sia comunque espressione di un amore per la natura. In secondo luogo, la mia impressione che si trattasse di una reinterpretazione di un Asaroton, cioè di un pavimento a mosaico diffuso nelle ville greche e romane in cui erano inserite raffigurazioni di alimenti, era superficiale, perché egli vuole dirci molto di più.

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Auguri e ringraziamenti

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Gouache Manfredo Fanti© e poesia Aky Vetere© tratti da ERRARE HUMANUM EST, 2020

L’ultimo post di questo anno è composto da un biglietto di auguri e da ringraziamenti. Di auguri abbiamo certamente bisogno tutti, ma non possiamo nasconderci che le frasi e gli aggettivi di rito quest’anno corrono il rischio di apparire inappropriati. Sappiamo già che il Natale sarà in tono minore e che il 2021 sarà ancora occupato, almeno per buona parte, dai bollettini della pandemia, anche se speriamo che i vaccini arrivino in fretta e siano efficaci. Per il biglietto ho scelto una gouache di Manfredo Fanti e una poesia di Aky Vetere tratti da Errare Humanum Est, lavoro curato assieme a loro anche da Rossana Baroni. Ma questo è anche il momento dei ringraziamenti agli artisti, che hanno particolarmente sofferto in questo periodo di chiusura di mostre, gallerie e musei, perché avremo ancora più bisogno delle loro opere e delle loro immagini, per aiutarci a sopportare e a elaborare la fase che stiamo vivendo e quindi vogliamo incoraggiarli a continuare nel loro lavoro.

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Silvia Infranco fa affiorare le tracce della memoria del mondo

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Porifera-metaforma V, Ctenactis-metaforma I, Ctenactis-metaforma II installation view, “TEMPUS DEFLUIT IMAGO LATET (perchè non voglio dimenticare), Marignana Arte, Venezia, curata da Marina Dacci (ph. Enrico Fiorese)

La scrittrice Anne Wiener nel libro “La valle oscura” (Adelphi, 2020 – traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), dedicato alla sua esperienza di lavoro nella Silicon Valley, ci parla del “fardello psicologico comune a tutte le persone che lavoravano in ambito tecnologico, e soprattutto a quelli di noi che creavano un prodotto che esisteva solo nel cloud…”, peso causato dalla “consapevolezza che tutto il software era esposto in ogni momento alla cancellazione”. Per reazione “Metà dei programmatori tra i ventidue e i quarant’anni che conoscevo, per lo più uomini, stavano scoprendo che le loro dita erano multiuso. «Mi sento così bene quando faccio qualcosa con le mani» dicevano, prima di lanciarsi in monologhi sui lavori di falegnameria, sulla birra fatta in casa o sul pane al lievito madre.” Nel frattempo “Le società tecnologiche erano lì in agguato, pronte a diventare la biblioteca, la memoria, la personalità di ognuno”.  

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