La Natura Sovrana di Francesco Santosuosso

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Francesco Santosuosso – APOCALICTIC RIVER – olio e acrilico su tela – cm 150 200 – 2019

Immergendomi tra le opere della mostra Natura Sovrana di Francesco Santosuosso (Milano – 1959) in corso alla Galleria Rubin di Milano fino al 29 maggio, ho provato la sensazione che non si trattasse di paesaggi, nonostante essi da un punto di vista puramente definitorio lo siano, assieme a tutta la gamma di opposti sentimenti che si avvertono allorquando ci si trova di fronte a degli ambienti naturali: paura, timore, pace, quiete. Provo a spiegarvi perché.

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Spore e Metaspore tra Torino e Milano, le mostre di Carlo Steiner e Anicka Yi

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Anicka Yi – Biologizing The Machine (terra incognita), 2019 -Vetrine in acrilico, acciaio verniciato, terra di Venezia, carbonato di calcio, tuorli d’uovo, cellulosa, PCB personalizzato, sensori di gas – Dimensioni variabili – Courtesy l’artista, Gladstone Gallery, New York e
Bruxelles, e 47 Canal, New York – Foto Renato Ghiazza

A Torino, alla galleria Gagliardi e Domke Contemporary, fino al 19 maggio e a Milano al Pirelli HangarBicocca, fino al 27 luglio, sono di scena rispettivamente le Spore di Carlo Steiner (Rieti, 1957) e le Metaspore di Anicka Yi (Seoul, 1971). Due mostre molto diverse, accomunate dalla presenza nel titolo e in sala delle spore, cioè di una forma di vita che nel regno vegetale e nei funghi, di cui si occupa Steiner, serve alla riproduzione, mentre nei batteri, a cui è più interessata Anicka YI, è impiegata a mantenere in vita una specie allorquando le condizioni ambientali sono avverse, restando in uno stato latente, fino al momento in cui trovano un substrato giusto per far ripartire il processo di germinazione. Pur trattandosi di tecniche diverse, pittura per Steiner, scultura per Anicka Yi, le mostre trattano dell’intervento dei processi naturali, a livello microscopico, nel lavoro artistico e di quale sia il ruolo dell’artista.

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Linda Carrara all’osmosi tra natura morta e paesaggio

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Ogni mostra è una “trappola”, un ambiente dove venite attratti e in cui curatore, gallerista e artista hanno collaborato o “cospirato” per presentarvi una nuova realtà, per suggestionarvi e per farvi immergere in un ambiente estraneo e diverso da quello che vi siete lasciato alle spalle, una volta che avete superato la soglia della galleria. A questo effetto si somma quello di ogni singola opera. Ogni lavoro artistico, ogni installazione, ogni quadro, video, scultura, fotografia, sono il tentativo dell’artista di portarvi nel suo mondo, nella sua realtà che può essere volutamente ambigua e che può avere l’obiettivo di voler indagare il confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione, tra naturale e artificiale. Questo è ciò che ho pensato dopo aver visitato La prima passeggiata di Linda Carrara (Bergamo, 1984), allo spazio espositivo non profit The open box di Milano.

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Arte, natura e paesaggio

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Claude Monet – Impressione-Sole all’alba- 1872

Il presente testo è la sintesi della relazione da me presentata al Master sulla bellezza organizzato dall’Istituto Uomo e Ambiente il 26 novembre scorso.

Nel rapporto tra arte, natura e paesaggio, l’Ottocento, il diciannovesimo secolo, rappresenta uno snodo fondamentale. Un secolo che inizia dalle conseguenze della Rivoluzione francese, con guerre combattute da armate a piedi e a cavallo e che vedrà, soprattutto nella seconda metà una vera e propria rivoluzione tecnologica, sociale e artistica con una nuova visione della natura e del paesaggio che ha le sue propaggini ancora ai nostri giorni. Gli sviluppi della chimica, della fisica, dei trasporti, delle comunicazioni, della fotografia e gli eventi in cui saranno rappresentati, le esposizioni universali, avranno conseguenze enormi sulla percezione della realtà e sulle sensazioni umane.

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Enrico Minguzzi alla sfida della “natura morta”

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Alla Nuova Galleria Morone di Milano, Enrico Minguzzi (Cotignola-1981) con la mostra Fluoritura, riporta in auge il genere artistico della natura morta, in voga in Europa nel Sei-Settecento e che ha avuto come ultimo grande rappresentante italiano Giorgio Morandi. Lo fa in forme nuove, anche se classicheggianti: nuovi sono gli oggetti “naturali” che dispone al centro della scena su alzatine o vasi appoggiati su un piano, nuovo il colore predominante, un grigio in varie tonalità, nuovo anche il legame tra l’oggetto dipinto e la natura da cui proviene che troviamo raffigurata in alcuni quadri esposti.

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Il paesaggio originario di Paolo Dell’Elce

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L’immagine in testata è uno scatto del fotografo Paolo Dell’Elce di cui potete leggere la biografia cliccando sulla foto. A commento della stessa trovate un capitolo del suo scritto “La porta nel paesaggio” , risalente agli anni Novanta, che ritengo sia molto utile come introduzione al suo lavoro (FDF).

Nella mia esperienza artistica ritengo che sia stato fondamentale il luogo in cui sono venuto al mondo.

Sono nato nel terzo giorno di primavera, esattamente al sorgere del sole, con la luce; in una casa modesta in prossimità della spiaggia e ai margini di un’estesa pineta litoranea, all’epoca ancora piuttosto selvaggia. Ho respirato l’aria salmastra del mare e la resina dei pini per tutta la mia infanzia. I ricordi più lontani mi riportano l’immagine scura di una culla nel controluce di una finestra, un riflesso, un bagliore sul pavimento e poi tutto ritorna nel buio.

La mia memoria risale a quella percezione, si muove verso il presente da quel punto. Nasce dalla percezione della luce e del buio. Successivamente ricordo la pineta di notte, un’immensa massa scura interrotta talvolta da piccole luci che mio nonno diceva che fossero gli occhi dei lupi. Poi il mare d’inverno, che vedevo dalla mia finestra, grigio uniforme.

Scrive Attilio Bertolucci: – Le gaggie della mia fanciullezza / dalle fresche foglie che suonano in bocca… / Si cammina per il Cinghio asciutto, / qualche ramo più lungo ci accarezza (…). –  È la rievocazione di un particolare paesaggio: il paesaggio originario, dove ogni suo elemento acquista una valenza fondamentale nella sensibilità del futuro poeta. La gaggia è l’elemento di questo paesaggio che ritroveremo, immancabile, in tante sue liriche.

Rievocare nel ricordo questo paesaggio, significa rievocare la nascita, quel momento lontano in cui si è vissuti “come in un caldo sogno”.

Nel mio lavoro fotografico ho rievocato i luoghi della mia nascita, identificando gli elementi del mio Paesaggio originario. Tutta la mia esperienza estetica sembra ricondurmi a certi soggetti del paesaggio che si manifestano in un forte controluce come segno o massa scura; chiome di pini, tronchi d’albero che si stagliano su uno sfondo luminoso uniforme, Sylvia Plath scrive: – Neri sono gli alberi della memoria… –.

Spesso mi chiedono perché fotografo sempre gli alberi. Mi è sempre difficile rispondere con parole pronte e vorrei parlare a lungo della grande bellezza di un albero, della sua presenza; la sua astanza. L’albero sta e si pensa. La sua vita apparentemente immobile mi assorbe e mi trasmette la percezione di un ritmo differente da tutta la realtà circostante.

L’albero diventa un’isola; forse una porta, il custode vivente del Tempo. L’immagine nera degli alberi nel paesaggio mi partecipa il senso di una solitudine cosmica; la sofferenza, il dolore del mondo, ma anche un’intima sensazione della bellezza assoluta e ineffabile. La nera purezza di queste forme ha strutturato il mio spazio spirituale donandomi il conforto di una consapevolezza esistenziale, come quando di notte, camminando soli per una strada deserta, nel silenzio, improvvisamente ci accorgiamo del suono dei nostri passi; quel suono ci rivela a noi stessi e da quel momento ci accompagnerà nel nostro cammino.

Il Paesaggio originario è il luogo primordiale, ma anche immagine primordiale, è lo spazio nascente che si origina con l’uomo, ma che serba il sapore di una “nostalgia senza oggetto” e il sentimento numinoso di una preesistenza.

Ernesto Treccani, le siepi oltre i volti

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Ernesto Treccani- Siepe blu – anni ’90 – olio su tela – 100×70

Alla galleria Ponte Rosso di Milano è possibile visitare, fino al 24 ottobre, la mostra Ernesto Treccani nel centenario della nascita, in cui sono presentate trenta opere scelte che danno conto dell’intera produzione pittorica dell’artista. L’esposizione è parte di un ciclo di eventi dedicati a questa ricorrenza che avrebbero dovuto svolgersi lo scorso anno ma che erano stati per l’appunto rinviati a quest’anno e di cui fanno parte anche due mostre virtuali visitabili sulla piattaforma digitale www.kunstmatrix.com, rispettivamente la prima fino al 25 ottobre e la seconda dall’8 novembre all’8 dicembre. Per chi, come me, era legato all’idea di un artista dei volti, la rassegna e il catalogo che l’accompagna hanno costituito una piacevolissima sorpresa, dandomi l’opportunità di conoscere aspetti della sua opera che non mi erano noti.

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Sex education: i fiori non sono solo natura

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Devo ammettere di essere rimasto intrigato dalla campagna pubblicitaria della terza stagione della serie televisiva Sex Education di e su Netflix (di cui non avevo mai sentito parlare), fin dalla sua prima comparsa nelle stazioni della metropolitana di Milano. Non però dai manifesti recanti grandi fiori, frutti e altri vegetali annuenti alla forma dei genitali maschili e femminili con l’intenzione di rassicurare, spero solo i più giovani, sulla unicità dell’apparato riproduttivo di ognuno, argomento su cui l’artista inglese Jamie McCartney ha realizzato numerose opere tra cui The great wall of vagina e The space of life, ma quanto piuttosto dagli altri che, simili ad affreschi, riportavano le foto dei protagonisti della serie avviluppati da una pianta che nel linguaggio dei fiori illustrava il carattere di ognuno di loro. Il fatto che una serie di successo, per di più rivolta agli adolescenti, impiegasse i fiori in uno stile compositivo che avrebbe potuto ricordare i manuali di botanica e le illustrazioni della vittoriana Kate Greenaway, mi è sembrato subito non casuale e innovativo. Doveva trattarsi di qualche significato che andava al di là dei fiori come riferimento alla natura e al mondo naturale come molti artisti e molte mostre continuano, in alcuni casi stancamente, a ripetere perdendo di vista gli altri significati che vegetali e fiori hanno per la nostra vita.

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Come pensano le foreste. L’antropologia oltre l’umano di Edoardo Kohn riguarda anche l’arte ambientale

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Foto tratta dal libro “Come pensano le foreste” di Eduardo Kohn

A fine giugno, l’editore Nottetempo ha pubblicato “Come pensano le foreste”, un libro dell’antropologo canadese Eduardo Kohn, apparso per la prima volta nel 2013. L’autore, con lontane origini italiane che hanno un peso nella storia di questo volume e di cui dirò alla fine, vi ha raccolto il risultato di quattro anni di lavoro in Ecuador tra le popolazioni Runa che vivono nelle foreste dell’Alta Amazzonia attorno ad Avila. Il libro, avvincente e complesso, ha avuto una notevole eco ed è considerato una pietra miliare nello sviluppo e nella rifondazione dell’antropologia culturale all’interno di un filone più ampio che comprende anche Philippe Descola, Anne Tsing di cui ho parlato qui e altri, ponendo l’accento non sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente ma sul più ampio ecosistema in cui gli esseri viventi convivono, nel caso particolare la foresta amazzonica. Il titolo, certamente affascinante, vuole proprio sottolineare come gli esseri che la abitano condividono una modalità di pensiero comune. I suoi contenuti riguardano tutti noi e Kohn ha immaginato il suo lavoro come una sorta di diplomazia cosmica, cioè giungendo a “una cornice concettuale in cui i diversi attori – e io dico anche gli artisti – possono comprendere i loro mondi in modo nuovo”.

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A Pescara, sulle tracce della Pineta Dannunziana

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Paolo Dell’Elce-Pineta di Pescara

Nella prima quindicina di luglio ero in Abruzzo e avevo visitato, anche se frettolosamente, la Pineta Dannunziana e per questo sono poi rimasto colpito dall’incendio del due agosto che l’ha interessata. Nonostante sia stato domato abbastanza rapidamente, il rogo ha distrutto interamente il comparto cinque, la zona di riserva integrale chiusa al pubblico, inoltre, il fatto che si sia sviluppato all’interno della città ha creato un forte impatto psicologico. Durante la visita mi ero però sorpreso nello scoprire che l’area fosse stata istituita come Riserva Naturale Dannunziana solo il 18 maggio del 2000, cioè appena 21 anni fa e mi sembrava che questo stridesse un po’ con l’esternazione di sentimenti di preoccupazione che è seguita al fuoco. Possibile che un bene così importante avesse trovato così poca e recente attenzione? E quanto questo bene era stato presente nella ricerca artistica a testimonianza del suo valore simbolico? Qui di seguito espongo i risultati delle letture, delle visite e degli incontri di un milanese/abruzzese in vacanza, senza alcuna pretesa di completezza.

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