“Lo spettro di Malthus” inquieta ancora Marzia Migliora

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Marzia Migliora, La gabbia, 2019-2020. Elementi in ferro e legno, paglia, paraocchi, scatola per diorami, blocco di sale inciso, ferro e coda di cavallo, 265 x 300 x 300 cm. Foto di Renato Ghiazza. Courtesy: dell’artista; Museo MA*GA.

Al Museo MAGA di Gallarate, fino al 10 marzo(salvo ulteriori restrizioni), sarà possibile visitare la mostra di Marzia Migliora(Alessandria-1972), Lo spettro di Malthus, che consiglio di visitare per almeno tre motivi: affronta l’argomento della disponibilità delle risorse alimentari che spesso diamo per scontata; contiene poche opere che richiedono tempo per essere viste e assorbite, grazie anche a un bell’opuscolo con foto e contributi utili alla riflessione successiva; l’ingresso gratuito che assorbe le spese di viaggio che potreste dover sostenere per raggiungere il museo. L’artista conosce il tema del cibo e delle risorse alimentari di cui si era già occupata in altri lavori. Figlia di agricoltori, ha vissuto l’infanzia in una casa circondata da coltivazioni e popolata di animali. “La vita contadina, la cura della terra e la determinazione delle specie vegetali, credo che abbiano formato il mio sguardo d’artista”, dice di sé stessa.

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Luciano Mello Witkowski Pinto, un artista dalla parte dell’innocenza

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Luciano Mello Witkowski Pinto-Installazione Jaguar-uomo- 2019-composito e pigmento-misure variabili

Luciano Mello Witkowski Pinto (Americana, 1972) è un artista brasiliano che si è diplomato in scultura all’Accademia delle Belle Arti di Brera e che è tornato da alcuni anni a vivere in Italia. La sua vita artistica ha inizio a 12 anni quando un suo disegno viene notato da un insegnante che lo convince a prendere lezioni di anatomia. Dopo aver frequentato il liceo tecnico, che gli fornisce delle solide basi per la conoscenza dei materiali delle sue successive opere di scultura, viene a studiare a Milano, dove conoscerà Margherita Leoni, l’artista bergamasca di cui ho parlato due settimane fa e che diventerà sua moglie. In Brasile ha un suo laboratorio e inizia a realizzare sculture in marmo e bronzo, materiali che poi abbandonerà a favore di compositi di vario tipo che gli danno la possibilità di realizzare le forme e gli effetti desiderati.

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Il viaggio di Margherita Leoni attraverso la natura di due mondi

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Margherita Leoni-Bruciata-tecnica mista su tela-cm70x100-2011

Margherita Leoni (Bergamo, 1974) è un’artista botanica che sta portando avanti un suo personale percorso di rappresentazione della vita vegetale. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti di Milano, si sposta a vivere in Brasile, nella città di Americana, con lo scultore brasiliano Luciano Mello Witkowski Pinto, diventato suo marito e di cui parlerò nelle prossime settimane. Qui conosce l’ingegnere agronomo e botanico Harri Lorenzi che da anni percorre il Brasile per mapparne la flora, scoprendo nuove specie e riscoprendone di dimenticate e che ha stabilito la base del suo Istituto nella città di Nuova Odessa, confinante con Americana, dove nel 2011 fonderà il Jardin Botanico Plantarum, che ospita oltre 3500 piante. Dai risultati degli studi di Harri Lorenzi, Margherita Leoni trarrà ispirazione e conoscenze che approfondirà studiando Botanica all’Università di San Paolo.

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Auguri e ringraziamenti

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Gouache Manfredo Fanti© e poesia Aky Vetere© tratti da ERRARE HUMANUM EST, 2020

L’ultimo post di questo anno è composto da un biglietto di auguri e da ringraziamenti. Di auguri abbiamo certamente bisogno tutti, ma non possiamo nasconderci che le frasi e gli aggettivi di rito quest’anno corrono il rischio di apparire inappropriati. Sappiamo già che il Natale sarà in tono minore e che il 2021 sarà ancora occupato, almeno per buona parte, dai bollettini della pandemia, anche se speriamo che i vaccini arrivino in fretta e siano efficaci. Per il biglietto ho scelto una gouache di Manfredo Fanti e una poesia di Aky Vetere tratti da Errare Humanum Est, lavoro curato assieme a loro anche da Rossana Baroni. Ma questo è anche il momento dei ringraziamenti agli artisti, che hanno particolarmente sofferto in questo periodo di chiusura di mostre, gallerie e musei, perché avremo ancora più bisogno delle loro opere e delle loro immagini, per aiutarci a sopportare e a elaborare la fase che stiamo vivendo e quindi vogliamo incoraggiarli a continuare nel loro lavoro.

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Silvia Infranco fa affiorare le tracce della memoria del mondo

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Porifera-metaforma V, Ctenactis-metaforma I, Ctenactis-metaforma II installation view, “TEMPUS DEFLUIT IMAGO LATET (perchè non voglio dimenticare), Marignana Arte, Venezia, curata da Marina Dacci (ph. Enrico Fiorese)

La scrittrice Anne Wiener nel libro “La valle oscura” (Adelphi, 2020 – traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), dedicato alla sua esperienza di lavoro nella Silicon Valley, ci parla del “fardello psicologico comune a tutte le persone che lavoravano in ambito tecnologico, e soprattutto a quelli di noi che creavano un prodotto che esisteva solo nel cloud…”, peso causato dalla “consapevolezza che tutto il software era esposto in ogni momento alla cancellazione”. Per reazione “Metà dei programmatori tra i ventidue e i quarant’anni che conoscevo, per lo più uomini, stavano scoprendo che le loro dita erano multiuso. «Mi sento così bene quando faccio qualcosa con le mani» dicevano, prima di lanciarsi in monologhi sui lavori di falegnameria, sulla birra fatta in casa o sul pane al lievito madre.” Nel frattempo “Le società tecnologiche erano lì in agguato, pronte a diventare la biblioteca, la memoria, la personalità di ognuno”.  

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“Il Primo Canto” di Edoardo Manzoni

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Edoardo Manzoni-Natura Morta: Germano Reale, Alzavola, Pittima, Folaga-legno, legno laccato, ferro ramato, vetro, vernice-2020-Foto di Alberto Petrò

Edoardo Manzoni (Crema 1993) è un giovane e promettente artista che ha già al suo attivo numerose mostre e altri interessanti iniziative artistiche. Avevo già scritto di lui a inizio febbraio di quest’anno, in occasione della sua mostra “Fame” che aveva tenuto allo spazio State of di Milano, in cui aveva affrontato il tema della caccia e della relazione cacciatore-preda, mettendo in evidenza che i suoi aspetti archetipici: la fame, l’attesa, la seduzione, non appartengono solo a questa attività ma sono propri del nostro vivere quotidiano e della nostra esperienza di esseri dotati di sentimenti che elaborano strategie di conquista.

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Giorgia Oldano ci invita a conoscere e a ricordare gli animali

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Giorgia Oldano – SOLE 02- Letterpress e monotipo 36 X 50,5- 2020

Alcuni giorni fa, ho appreso la notizia della scomparsa di Silver, un lemure di 32 anni, ospite del Parco Natura Viva di Bussolengo (VR), al quale era stato donato dal famoso naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell quando aveva quattro anni e che nel corso della sua vita aveva contribuito a procreare una discendenza di 81 individui lungo 4 generazioni diverse. Per quanto i parchi natura possano apparire discutibili, dato che gli animali vivono in un territorio che “cerca” di riprodurre le loro condizioni di vita originarie, è grazie all’attività del Parco se 105 specie di animali a rischio estinzione hanno potuto essere salvate.

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No Man’s Land: il punto d’arrivo dell’arte secondo Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier

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Alberto Garutti-tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora-2004/2020-No Man’s Land

Con l’installazione, svoltasi sabato 31 ottobre 2020, delle opere di Alberto Garutti “tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora” (2004), di Alvin Curran “Gardening with John 1.1”(2006) e di Donatella Spaziani“ La voce dei poeti” (2006), Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier hanno aggiunto un altro tassello a No Man’s Land (la terra di tutti), il progetto ispirato dall’arch. Yona Friedman (1923-2020) e realizzato dall’omonima fondazione, a Rotacesta, nel Comune di Loreto Aprutino (PE). No Man’s Land, formata da un terreno pianeggiante e da un bosco di noci in discesa vicino a un ruscello, in un territorio agricolo a cui fanno da sfondo monti e colline, realizza l’idea del museo senza pareti di Friedman, ed è un luogo aperto a tutti, 24 ore su 24, ripetibile in qualsiasi parte del mondo, “una terra dell’immaginazione aperta a tutti”. Il progetto era stata avviato nel 2016 con le opere di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle “No Man’s Land” a cui si erano aggiunte, nel 2017, “Pian de Pian Piano” di Alvin Curran; ”Solid Ground” di Jimmie Durham; “No Man’s Refuge/Il Rifugio di tutti” di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle.

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L’inquietudine ambientale di Bruno Liberatore

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Bruno Liberatore nel suo studio di Via del Vantaggio a Roma – 2007

Bruno Liberatore (Penne-1947) è uno dei più importanti scultori italiani. La sua bibliografia e l’elenco delle mostre personali e collettive a cui ha partecipato riempiono tantissime pagine in corpo otto e sui di lui hanno scritto i più importanti critici come, solo per citarne alcuni: Enrico Crispolti, Furio Colombo e Gillo Dorfles. L’ho incontrato per la prima volta a Roma nel suo studio, pochi giorni fa e anche se proveniamo dallo stesso paese, non l’avevo mai conosciuto personalmente, a causa forse della differenza di età (io sono del 1955) e del fatto che vivevamo in quartieri diversi, lui a San Comizio, io alla Madonna della Libera, che da ragazzo mi sembravano separati da distanze enormi. Certo ricordavo bene il suo profilo magro, il viso allungato e le sue sopracciglia foltissime, sotto cui si aprivano degli occhi azzurro chiaro che creavano un contrasto singolare e avevo visto l’unica mostra che era stata organizzata per lui dal Comune di Penne nel 1987, in cui emergeva già il tema della natura e delle montagne.

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“Siamo forse migliori noi?” Cosa è cambiato dal “Ragazzo di Turkana” vissuto 1,6 milioni di anni fa ai “Cittadini” fotografati da Paola Di Bello?

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Carmelo Micalizzi – Siamo forse migliori noi? – 1991

Sulla Lettura del 21 giugno di quest’anno, era apparsa una lunga intervista del filosofo Telmo Pievani al noto antropologo keniota Richard Leakey (Nairobi, 1944), in cui si annunciava la nascita di “Ngaren” (L’inizio), il Museo dell’Umanità. Realizzato in collaborazione con Naturalis, il Centro sulla Biodiversità di Leida e con la partecipazione dell’antropologa e designer museale Federica Crivellaro, sorgerà in Kenya, dove Leakey ha condotto le sue ricerche sull’origine della vita. Nel 1984, nel corso di queste indagini nei pressi del lago Turkana, era stato ritrovato lo scheletro di un ominide morto a 10 anni e risalente a 1,6 milioni di anni fa, denominato Ragazzo di Turkana. Per il suo ideatore Ngaren avrà la missione di un cambiamento di mentalità: partendo dalla constatazione che l’umanità si è sviluppata in Africa e illustrando la sua evoluzione attraverso le scoperte fatte in quel territorio, mostrerà che noi esseri umani siamo una creazione del mondo, non divina e che i pregiudizi razziali non hanno senso.

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