“Il Primo Canto” di Edoardo Manzoni

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Edoardo Manzoni-Natura Morta: Germano Reale, Alzavola, Pittima, Folaga-legno, legno laccato, ferro ramato, vetro, vernice-2020-Foto di Alberto Petrò

Edoardo Manzoni (Crema 1993) è un giovane e promettente artista che ha già al suo attivo numerose mostre e altri interessanti iniziative artistiche. Avevo già scritto di lui a inizio febbraio di quest’anno, in occasione della sua mostra “Fame” che aveva tenuto allo spazio State of di Milano, in cui aveva affrontato il tema della caccia e della relazione cacciatore-preda, mettendo in evidenza che i suoi aspetti archetipici: la fame, l’attesa, la seduzione, non appartengono solo a questa attività ma sono propri del nostro vivere quotidiano e della nostra esperienza di esseri dotati di sentimenti che elaborano strategie di conquista.

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No Man’s Land: il punto d’arrivo dell’arte secondo Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier

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Alberto Garutti-tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora-2004/2020-No Man’s Land

Con l’installazione, svoltasi sabato 31 ottobre 2020, delle opere di Alberto Garutti “tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora” (2004), di Alvin Curran “Gardening with John 1.1”(2006) e di Donatella Spaziani“ La voce dei poeti” (2006), Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier hanno aggiunto un altro tassello a No Man’s Land (la terra di tutti), il progetto ispirato dall’arch. Yona Friedman (1923-2020) e realizzato dall’omonima fondazione, a Rotacesta, nel Comune di Loreto Aprutino (PE). No Man’s Land, formata da un terreno pianeggiante e da un bosco di noci in discesa vicino a un ruscello, in un territorio agricolo a cui fanno da sfondo monti e colline, realizza l’idea del museo senza pareti di Friedman, ed è un luogo aperto a tutti, 24 ore su 24, ripetibile in qualsiasi parte del mondo, “una terra dell’immaginazione aperta a tutti”. Il progetto era stata avviato nel 2016 con le opere di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle “No Man’s Land” a cui si erano aggiunte, nel 2017, “Pian de Pian Piano” di Alvin Curran; ”Solid Ground” di Jimmie Durham; “No Man’s Refuge/Il Rifugio di tutti” di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle.

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Riflettere sul tempo: l’arte di Sophie Ko

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Sophie Ko – Geografia Temporale. I figli di Medea- 2019

Sophie Ko (Tbilisi–1981), vive e lavora a Milano, dove si era trasferita per frequentare il biennio di specializzazione all’Accademia di Brera, dopo aver conseguito il diploma all’Accademia di Belle Arti di Tiblisi. Avevo visto la sua ultima mostra, “Atti di resistenza” alla Galleria Building, a febbraio di quest’anno, che mi era piaciuta molto per i materiali e i colori impiegati: polveri di tonalità rinascimentale, oro, ali di farfalle, anche se non ne avevo compreso appieno il significato. Per descrivere brevemente le sue opere, senza rendere loro giustizia, posso dire che esse consistono, nella maggior parte dei casi, in grandi teche che contengono ceneri o pigmenti colorati, a volte sovrapposti, che nel momento in cui vengono issate in posizione verticale, subiscono l’azione della forza di gravità che produce effetti fisici: crepe, rotture, cedimenti e cromatici, in continuo cambiamento. L’intento di Sophie Ko non è però solo estetico; le sue opere sono la rappresentazione di un obiettivo e di un pensiero complessi: dare forma visibile al tempo e quindi al moto incessante della vita e della morte.

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L’inquietudine ambientale di Bruno Liberatore

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Bruno Liberatore nel suo studio di Via del Vantaggio a Roma – 2007

Bruno Liberatore (Penne-1947) è uno dei più importanti scultori italiani. La sua bibliografia e l’elenco delle mostre personali e collettive a cui ha partecipato riempiono tantissime pagine in corpo otto e sui di lui hanno scritto i più importanti critici come, solo per citarne alcuni: Enrico Crispolti, Furio Colombo e Gillo Dorfles. L’ho incontrato per la prima volta a Roma nel suo studio, pochi giorni fa e anche se proveniamo dallo stesso paese, non l’avevo mai conosciuto personalmente, a causa forse della differenza di età (io sono del 1955) e del fatto che vivevamo in quartieri diversi, lui a San Comizio, io alla Madonna della Libera, che da ragazzo mi sembravano separati da distanze enormi. Certo ricordavo bene il suo profilo magro, il viso allungato e le sue sopracciglia foltissime, sotto cui si aprivano degli occhi azzurro chiaro che creavano un contrasto singolare e avevo visto l’unica mostra che era stata organizzata per lui dal Comune di Penne nel 1987, in cui emergeva già il tema della natura e delle montagne.

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“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin. Anche in un cimitero un filo d’erba può farci tornare a vivere.

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March Chagall-Le porte del cimitero-1917-Centre Pompidou-Parigi

“Cambiare l’acqua ai fiori” è un romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin, uscito in Francia nel 2018 e pubblicato in Italia da E/O con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca, da qualche settimana ai primi posti nella classifica dei libri di narrativa straniera. È un romanzo di amore, o meglio di amori e di rapporti amorosi e familiari, perché intreccia le storie di quattro coppie: quella della protagonista e voce narrante Violette Trenet e Philippe Toussaint, quella dei genitori di Philippe, quella degli amanti Irène Fayolle e Gabriel Prudent, quella del fratello della madre di Philippe, Luc e di sua moglie Françoise. Accanto a loro due persone sole: Sasha e Celia che aiuteranno la protagonista a ritrovare la propria strada. Potrebbe apparire un romanzo rosa ma si tingerà di giallo e di nero e dei toni di una tragedia greca, perché le passioni che animano i protagonisti e l’incapacità di guardare al di là di queste finiranno per decidere del loro destino.

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Artisti e scienziati alla ricerca dell’origine della vita: Maria Cristina Carlini e Francesco Salese

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Maria Cristina Carlini – Origine- 2019-grès terra tecnica mista-7 elementi da cm h.230 a 340 (dettaglio)

Allo Studio Museo Francesco Messina di Milano è in corso, dal 10 luglio all’8 settembre, la mostra di Maria Cristina Carlini (MCC), “Geologie, memoria della terra”. MCC (Varese-1942) ha una lunga attività alle sue spalle, iniziata casualmente negli anni Settanta quando, laureata in giurisprudenza, si trasferisce con il marito che deve seguire un master, a Stanford in California. Qui, come ha raccontato lei, avendo poco da fare, si iscrive a un corso di ceramica e scopre la passione che la porterà a diventare una scultrice affermata, con opere esposte nei principali musei e luoghi pubblici del mondo. In mostra a Milano ci sono sei opere molto significative e rappresentative della sua attività artistica: Libro dei morti, Origine, Legni, Fantasmi del Lago, Meride. Fossili, Samurai.  Naturalmente vi consiglio di andare a visitarla, l’ingresso è gratuito e basta prenotare.  

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TMD2020. Gli artisti della terra

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Un dorodango di Bruce Gardner -Foto di Jenna Close – Behance

TMD è l’acronimo di Terra Migaki Design. Migaki in giapponese vuol dire lucidato e quindi la traduzione potrebbe suonare “design della terra lucidata”. La lucidatura ha a che fare con un particolare oggetto, il dorodango, una sfera di argilla che, secondo una tecnica artistica giapponese, viene levigata manualmente fino ad ottenere una superficie lucida che può assumere diversi colori a seconda della sua composizione e delle polveri che vi vengono aggiunte. Nato dalla collaborazione culturale tra Italia e Giappone e sviluppatosi con eventi per il Fuori Salone, oggi TMD rappresenta in Italia un gruppo di professionisti che promuove la realizzazione di edifici, finiture e oggetti in terra cruda, coordinato dall’ arch. Sergio Sabbadini che ne è il propugnatore e “l’ideologo”.

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Kengiro Azuma lo scultore dell’invisibile

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Kengiro Azuma – Foto da Archvio Azuma

Nel corso della mia visita alla galleria LUAR, in via Bandinelli 60 a Milano, di cui ho parlato in questo blog, mi ero imbattuto in alcune statue in pietra dello scultore Kengiro Azuma (1926-2016) che aveva avuto, lì accanto, al piano terra di una palazzina, il proprio studio/abitazione, oggi luogo di lavoro del figlio, l’arch. Ambrogio Azuma che mi ha aiutato, nel corso di una chiacchierata al telefono, a inquadrare la figura, umana e artistica, del padre.

Sono già noti alcuni avvenimenti della vita di Kengiro Azuma che hanno influenzato profondamente la sua ricerca artistica: la provenienza da una famiglia di fonditori di bronzo che realizzava campane; la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale come pilota kamikaze che però si salva grazie alla fine del conflitto; la crisi che attraversa subito dopo, quando per un anno, non esce di casa come un Hikikomori. Durante questo periodo matura l’idea di dedicarsi all’arte e grazie a una borsa di studio, giunge in Italia, dove resterà tutta la vita, per seguire il lavoro di Marino Marini. Ma va considerata anche la sua “identità ambientale”, intesa come connessione psicologica e culturale con la natura del proprio paese di provenienza, il Giappone, caratterizzato da fenomeni climatici estremi e da frequenti terremoti e maremoti, con grandi conseguenze umane, fenomeni naturali che lo shintoismo, la religione nazionale giapponese, ritiene manifestazione di forze divine. Il figlio mi spiega che i giapponesi, a causa dell’estrema precarietà dell’esistenza dovuta alla geologia e al clima, sono abituati a vivere nel presente, serenamente, grazie a questa consapevolezza. Una mia amica, l’artista giapponese Asami Takahashi aggiunge che, per vivere bene devi usare concetti semplici che vadano alla radice delle cose e che lo stato migliore è il niente perché ti consente di non soffrire.

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