A Pescara, sulle tracce della Pineta Dannunziana

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Paolo Dell’Elce-Pineta di Pescara

Nella prima quindicina di luglio ero in Abruzzo e avevo visitato, anche se frettolosamente, la Pineta Dannunziana e per questo sono poi rimasto colpito dall’incendio del due agosto che l’ha interessata. Nonostante sia stato domato abbastanza rapidamente, il rogo ha distrutto interamente il comparto cinque, la zona di riserva integrale chiusa al pubblico, inoltre, il fatto che si sia sviluppato all’interno della città ha creato un forte impatto psicologico. Durante la visita mi ero però sorpreso nello scoprire che l’area fosse stata istituita come Riserva Naturale Dannunziana solo il 18 maggio del 2000, cioè appena 21 anni fa e mi sembrava che questo stridesse un po’ con l’esternazione di sentimenti di preoccupazione che è seguita al fuoco. Possibile che un bene così importante avesse trovato così poca e recente attenzione? E quanto questo bene era stato presente nella ricerca artistica a testimonianza del suo valore simbolico? Qui di seguito espongo i risultati delle letture, delle visite e degli incontri di un milanese/abruzzese in vacanza, senza alcuna pretesa di completezza.

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A Lodi la Natura Risponde

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Natura Risponde-Foto © Alberto Messina

A Lodi è ancora visitabile la mostra collettiva Natura Risponde curata da Angela Madesani e organizzata dall’ Associazione21, promossa nel 2019 dall’artista Pierpaolo Curti assieme ad un gruppo di amici. Curti ci tiene però a precisarmi che qui è presente in veste di operatore culturale e di guida e non espone le sue opere anche se alcune di queste sono però visibili nel suo studio che si trova a fianco allo spazio in cui si svolge la rassegna. L’associazione non ha avuto vita facile perché, subito dopo la sua costituzione è incappata nel Covid che nel territorio lodigiano ha avuto avvio. Oggi, pertanto, mentre stiamo cercando di lasciarci alle spalle questo periodo, una esposizione sull’argomento natura è l’occasione per interrogarci sulla relazione tra le forme dell’agire umano e le conseguenze che esso provoca e che si ripercuotono sullo stesso.

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I ritagli dell’Essere eterno negli scatti di Andrea Tirindelli

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Allo spazio Made4art in via Ciovasso 17 a Milano, fino all’11 aprile, è possibile visitare la mostra di fotografia Indicibile di Andrea Tirindelli (Cremona, 1961) assieme ad alcuni scatti della sua rassegna precedente, Oltre il visibile della natura, che era stata allestita sempre nello stesso spazio circa due anni fa. Fotografo amatoriale dall’età di 15 anni con una Kodak instamatic, ebbe la possibilità di allestire in casa una camera oscura con cui imparò a padroneggiare tutti i passaggi fotografici e apprese molti segreti del mestiere da Antonio Persico (1903-1998), esponente storico del Gruppo Fotografico Cremonese. Commercialista nel lavoro, con queste due rassegne, Tirindelli si è deciso ad uscire dalla sua dimensione amatoriale, dimostrando di aver maturato una profonda riflessione attorno ai temi della natura e dell’esistenza, che ha felicemente sintetizzato nelle due raccolte di cui vado a parlare.

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Le architetture (e i comportamenti) criminali secondo Adelaide Di Nunzio

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Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-Unfinished 007

Le cause dei cambiamenti climatici e ambientali, di cui parliamo nella Città Vegetale, ruotano fondamentalmente attorno a due definizioni: Antropocene e Capitalocene. Secondo la prima essi sono causati dall’attività umana successiva alla rivoluzione industriale, per la seconda la responsabilità è del modo di produzione capitalistico, privato o di stato. La fotografa e artista Adelaide Di Nunzio (Napoli-1978) con il suo libro Architetture criminali (Crowdbooks-2020) introduce una terza causa: la criminalità. La pubblicazione, risultato di oltre dieci anni di viaggi e servizi in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, testimonia gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente dell’attività delle organizzazioni criminali, ma anche di scelte politiche e di decisioni amministrative errate. Il suo lavoro è animato da un forte impulso etico, che si può condensare nella sua massima “la denuncia fotografica è un atto d’amore verso la società”. Per lei il fotogiornalismo è un lavoro antropologico e sociale, che coglie gli esseri umani sul palcoscenico della vita, per stimolare una riflessione, come testimoniato anche dai suoi altri lavori: The skin, ispirato al romanzo La pelle di Curzio Malaparte e My women, una ricerca sulla condizione femminile, in cui interviene con pittura e segni sul corpo nudo delle donne.

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Il ritmo e la geometria della musica nelle nature morte di Gabriele Jardini

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Gabriele Jardini-Doppio scatto-oggetti ed alimenti tagliati. Installazione e foto-2013

Osservando le opere di Gabriele Jardini (Gerenzano, 1956), si può essere tratti in inganno da una apparente semplicità. Ad esempio, guardando per la prima volta la foto nell’immagine di apertura, “Doppio scatto, oggetti ed alimenti tagliati”, mi ero posto solo due domande: se la natura morta avesse ancora un senso nella nostra epoca di immagini digitali e a cosa egli si ispirasse, senza porre la necessaria attenzione ad osservarla per cogliere invece le caratteristiche del suo lavoro. Per quanto riguarda l’attualità della prima posso rispondere che, nonostante gli eccessi a cui il digitale ci ha abituato e di cui siamo complici, il desiderio di riprodurre elementi naturali come frutta e vegetali assieme al vasellame in un ambiente domestico, sia comunque espressione di un amore per la natura. In secondo luogo, la mia impressione che si trattasse di una reinterpretazione di un Asaroton, cioè di un pavimento a mosaico diffuso nelle ville greche e romane in cui erano inserite raffigurazioni di alimenti, era superficiale, perché egli vuole dirci molto di più.

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Auguri e ringraziamenti

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Gouache Manfredo Fanti© e poesia Aky Vetere© tratti da ERRARE HUMANUM EST, 2020

L’ultimo post di questo anno è composto da un biglietto di auguri e da ringraziamenti. Di auguri abbiamo certamente bisogno tutti, ma non possiamo nasconderci che le frasi e gli aggettivi di rito quest’anno corrono il rischio di apparire inappropriati. Sappiamo già che il Natale sarà in tono minore e che il 2021 sarà ancora occupato, almeno per buona parte, dai bollettini della pandemia, anche se speriamo che i vaccini arrivino in fretta e siano efficaci. Per il biglietto ho scelto una gouache di Manfredo Fanti e una poesia di Aky Vetere tratti da Errare Humanum Est, lavoro curato assieme a loro anche da Rossana Baroni. Ma questo è anche il momento dei ringraziamenti agli artisti, che hanno particolarmente sofferto in questo periodo di chiusura di mostre, gallerie e musei, perché avremo ancora più bisogno delle loro opere e delle loro immagini, per aiutarci a sopportare e a elaborare la fase che stiamo vivendo e quindi vogliamo incoraggiarli a continuare nel loro lavoro.

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Cucire gli opposti. I Paesaggi Improbabili di Stefania Beretta

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Stefania Beretta-paesaggi improbabili #07-2013_c–print + cucito 52×65 -©stefaniaberetta

Alla Galleria Consarc di Chiasso è in corso e resterà aperta fino al 24 dicembre, la mostra “Paesaggi Improbabili-Religamen” della fotografa svizzera Stefania Beretta (1957), un’artista che ha al suo attivo una lunga carriera e numerosi riconoscimenti a livello internazionale. La rassegna dovrebbe trasferirsi dal 16 gennaio del prossimo anno a Genova, alla galleria Sharevolution ma, non potendone essere certi data la situazione, ne ho nel frattempo parlato al telefono con l’artista. Le opere, fortunatamente, sono visibili sia sul suo sito web che su quello della Galleria.

La serie dei “Paesaggi Improbabili” è, in estrema sintesi, un omaggio all’acqua e agli alberi, due elementi indispensabili per la nostra vita. Le foto rappresentano grandi paesaggi, per lo più in bianco e nero, tecnica che la Beretta predilige, senza esseri umani. A queste scene di mare, laghi, terre alluvionate e vegetali, l’artista ha aggiunto delle cuciture, che formano linee, colori, figure, soggetti, rendendo questi paesaggi per l’appunto “improbabili” ma non impossibili, perché esistono anche se modificati.

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“Il Primo Canto” di Edoardo Manzoni

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Edoardo Manzoni-Natura Morta: Germano Reale, Alzavola, Pittima, Folaga-legno, legno laccato, ferro ramato, vetro, vernice-2020-Foto di Alberto Petrò

Edoardo Manzoni (Crema 1993) è un giovane e promettente artista che ha già al suo attivo numerose mostre e altri interessanti iniziative artistiche. Avevo già scritto di lui a inizio febbraio di quest’anno, in occasione della sua mostra “Fame” che aveva tenuto allo spazio State of di Milano, in cui aveva affrontato il tema della caccia e della relazione cacciatore-preda, mettendo in evidenza che i suoi aspetti archetipici: la fame, l’attesa, la seduzione, non appartengono solo a questa attività ma sono propri del nostro vivere quotidiano e della nostra esperienza di esseri dotati di sentimenti che elaborano strategie di conquista.

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Le lucciole di Pasolini rischiarano ancora il nostro cammino

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Paola Di Bello – Lucciole – 1988 1991

All’inizio di ottobre, avevo visitato due mostre: quella di Cristóbal Gracia (Città del Messico 1987), intitolata “Lucciole nella terza natura” alla Galleria Viasaterna e “Cittadini” di Paola Di Bello (Napoli 1961) alla Galleria Bianconi. In quest’ultima esposizione, di cui ho già parlato il 5 ottobre e in cui quasi tutte le opere raffiguravano essere umani o la loro attività, mi aveva incuriosito la presenza di due opere (apparentemente fuori tema ma di questo parlerò prossimamente), chiamate “Lucciole” che erano state ottenute facendo camminare alcune di queste su della carta fotosensibile. Si dice che due indizi sono una coincidenza ma il comunicato della mostra di Gracia conteneva un riferimento ad un saggio del 2009 dello storico dell’arte G.D. Huberman, “Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze”, a commento dell’Articolo delle Lucciole, pubblicato da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 1 febbraio 1975. A questo punto gli indizi erano più che sufficienti a provare che dovevo occuparmi delle lucciole.

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“Siamo forse migliori noi?” Cosa è cambiato dal “Ragazzo di Turkana” vissuto 1,6 milioni di anni fa ai “Cittadini” fotografati da Paola Di Bello?

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Carmelo Micalizzi – Siamo forse migliori noi? – 1991

Sulla Lettura del 21 giugno di quest’anno, era apparsa una lunga intervista del filosofo Telmo Pievani al noto antropologo keniota Richard Leakey (Nairobi, 1944), in cui si annunciava la nascita di “Ngaren” (L’inizio), il Museo dell’Umanità. Realizzato in collaborazione con Naturalis, il Centro sulla Biodiversità di Leida e con la partecipazione dell’antropologa e designer museale Federica Crivellaro, sorgerà in Kenya, dove Leakey ha condotto le sue ricerche sull’origine della vita. Nel 1984, nel corso di queste indagini nei pressi del lago Turkana, era stato ritrovato lo scheletro di un ominide morto a 10 anni e risalente a 1,6 milioni di anni fa, denominato Ragazzo di Turkana. Per il suo ideatore Ngaren avrà la missione di un cambiamento di mentalità: partendo dalla constatazione che l’umanità si è sviluppata in Africa e illustrando la sua evoluzione attraverso le scoperte fatte in quel territorio, mostrerà che noi esseri umani siamo una creazione del mondo, non divina e che i pregiudizi razziali non hanno senso.

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