WeTree: donne, scienza e arte per la salute circolare

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weTree-Torino-Il bosco delle artiste -Progetto Studio Linee Verdi di Stefania Naretto e Chiara Bruno Otella-Grafica Sara Lamon

Nel corso del primo anno della pandemia da Covid-19 uno dei fenomeni più sottolineati dai commentatori era che mentre il mondo degli esseri umani rallentava, quello dei vegetali proseguiva la sua vita normale, occupando degli ulteriori spazi. Eppure, anche le piante si ammalano e non sempre per colpa dell’uomo. Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ogni anno insetti fitofagi e patogeni vegetali sono responsabili della perdita del 40% delle colture alimentari. Il 2020 era anche l’anno della Salute delle Piante, indetto per l’appunto dalla FAO che in Italia è stato celebrato da Plant Health, il festival organizzato da Agrinnova, un centro di competenza dell’Università di Torino, diretto da Maria Lodovica Gullino, docente di patologia vegetale nello stesso ateneo. L’evento, a causa della pandemia, prosegue anche nel 2021 e ad esso si è aggiunto weTree, un progetto per la promozione di aree verdi nelle città dedicate alle donne, a cui sempre la Gullino ha dato vita assieme a Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del FAI e sottosegretario alla cultura e a Ilaria Capua, la virologa italiana, attualmente direttrice dell’One Health Center dell’Università della Florida.

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A Ngaren, il Museo dell’Umanità, l’arte avrà un ruolo fondamentale.

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Ngaren Masterplan-Artist’s impression of the Orientation hall at Ngaren By Davide Bonadonna

La Città Vegetale si era occupata di Ngaren (L’inizio), il Museo dell’Umanità ideato dal paleoantropologo Richard Leakey, all’inizio di ottobre dello scorso anno. Torniamo sull’argomento perché è stato ultimato e diffuso il masterplan finale del progetto che delinea la fisionomia e il cronoprogramma dell’iniziativa. Il museo sorgerà nei pressi di Nairobi, capitale del Kenya, dove Leakey ha condotto le sue ricerche sull’origine della vita, nel corso delle quali, nel 1984, nei pressi del lago Turkana, era stato ritrovato lo scheletro completo di un ominide morto a 10 anni e risalente a 1,6 milioni di anni fa, denominato poi Ragazzo di Turkana. La realizzazione del museo, con una superficie di circa diecimila metri quadri, richiederà cinque anni (l’apertura è prevista per il novembre del 2026) con un investimento di cento milioni di dollari. A regime i visitatori dovrebbero essere un milione l’anno. Ngaren ambisce ad essere non solo il principale e più innovativo museo del continente africano ma anche a rappresentare al tempo stesso un primo esempio di museo del futuro. Di questo ho parlato con Federica Crivellaro, paleoantropologa e consulente del progetto per lo sviluppo dei contenuti e delle esposizioni.

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A Lodi la Natura Risponde

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Natura Risponde-Foto © Alberto Messina

A Lodi è ancora visitabile la mostra collettiva Natura Risponde curata da Angela Madesani e organizzata dall’ Associazione21, promossa nel 2019 dall’artista Pierpaolo Curti assieme ad un gruppo di amici. Curti ci tiene però a precisarmi che qui è presente in veste di operatore culturale e di guida e non espone le sue opere anche se alcune di queste sono però visibili nel suo studio che si trova a fianco allo spazio in cui si svolge la rassegna. L’associazione non ha avuto vita facile perché, subito dopo la sua costituzione è incappata nel Covid che nel territorio lodigiano ha avuto avvio. Oggi, pertanto, mentre stiamo cercando di lasciarci alle spalle questo periodo, una esposizione sull’argomento natura è l’occasione per interrogarci sulla relazione tra le forme dell’agire umano e le conseguenze che esso provoca e che si ripercuotono sullo stesso.

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Lungo il miglio delle farfalle con Lucia Tumiati e Francesca Zoboli

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Francesca Zoboli-Illustrazione del libro Farfalle-Testo di Lucia Tumiati-Ed. Topipittori-2017

Le farfalle sono probabilmente, assieme alle lucciole, alle coccinelle e alle api, tra gli insetti più amati da noi umani. Primo Levi, nel suo libro L’altrui mestiere, sosteneva che “il nostro stesso concetto di bellezza si sia modellato su di loro…Nella nostra civiltà sono <<belli>> i colori vivaci e la simmetria e così sono belle le farfalle” che sono “una vera fabbrica di colori” (naturalmente stiamo parlando di quelle diurne, i rapaloceri, così diverse da quelle notturne, le falene). Al tempo stesso, il loro volare di fiore in fiore è divenuto simbolo di un certo modo di concepire le relazioni sentimentali, cristallizzato da W.A. Mozart nell’aria “non più andrai, farfallone amoroso“ delle Nozze di Figaro, assieme a quello di una vita spensierata e priva di affanni lavorativi. Negli ultimi tempi poi, le farfalle, essendo degli ottimi bioindicatori, sono state associate ai timori connessi ai cambiamenti climatici e all’interazione non lineare di processi atmosferici che il matematico e meteorologo Edward Lorenz sintetizzò nel suo effetto farfalla secondo cui “un battito d’ali di una farfalla in Brasile avrebbe potuto provocare un uragano in Texas”. Frase che, anche se non andava intesa in senso letterale, è divenuta un modo di dire rappresentativo della imprevedibilità delle condizioni atmosferiche, esteso poi ad altri contesti.

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I ritagli dell’Essere eterno negli scatti di Andrea Tirindelli

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Allo spazio Made4art in via Ciovasso 17 a Milano, fino all’11 aprile, è possibile visitare la mostra di fotografia Indicibile di Andrea Tirindelli (Cremona, 1961) assieme ad alcuni scatti della sua rassegna precedente, Oltre il visibile della natura, che era stata allestita sempre nello stesso spazio circa due anni fa. Fotografo amatoriale dall’età di 15 anni con una Kodak instamatic, ebbe la possibilità di allestire in casa una camera oscura con cui imparò a padroneggiare tutti i passaggi fotografici e apprese molti segreti del mestiere da Antonio Persico (1903-1998), esponente storico del Gruppo Fotografico Cremonese. Commercialista nel lavoro, con queste due rassegne, Tirindelli si è deciso ad uscire dalla sua dimensione amatoriale, dimostrando di aver maturato una profonda riflessione attorno ai temi della natura e dell’esistenza, che ha felicemente sintetizzato nelle due raccolte di cui vado a parlare.

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Sensibilizzare con la bellezza: le diatomee del progetto Rewild di The Curators Milan

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Rewild prologue: Diatoms in the multivers – Foto Opera Olografica 2 by The Curators Milan

Quale è il modo migliore per sensibilizzare la popolazione e le sue fasce più giovani al tema dei cambiamenti climatici? Alcuni artisti hanno scelto di ricercare nella bellezza dell’ultra-piccolo il modo per creare curiosità e interesse negli osservatori. È il caso del primo appuntamento del ciclo Rewild, Rewild prologue: Diatoms in the multivers, in corso fino al 21 marzo alla Galleria Il Vicolo di Milano e che si snoderà per tutto il 2021 attraverso sei eventi: due dedicati all’acqua (di cui questo è il primo), due alla Terra e uno rispettivamente all’uomo e al futuro. In questo prologo, la scultura Dardo di Ludovico Bomben dialoga con l’ologramma di una diatomea, mettendo in contrasto la fisicità di una lunga freccia in equilibrio su una punta verticale, con la visualizzazione artistica di un essere microscopico di enorme fascino e importanza.

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Le architetture (e i comportamenti) criminali secondo Adelaide Di Nunzio

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Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-Unfinished 007

Le cause dei cambiamenti climatici e ambientali, di cui parliamo nella Città Vegetale, ruotano fondamentalmente attorno a due definizioni: Antropocene e Capitalocene. Secondo la prima essi sono causati dall’attività umana successiva alla rivoluzione industriale, per la seconda la responsabilità è del modo di produzione capitalistico, privato o di stato. La fotografa e artista Adelaide Di Nunzio (Napoli-1978) con il suo libro Architetture criminali (Crowdbooks-2020) introduce una terza causa: la criminalità. La pubblicazione, risultato di oltre dieci anni di viaggi e servizi in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, testimonia gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente dell’attività delle organizzazioni criminali, ma anche di scelte politiche e di decisioni amministrative errate. Il suo lavoro è animato da un forte impulso etico, che si può condensare nella sua massima “la denuncia fotografica è un atto d’amore verso la società”. Per lei il fotogiornalismo è un lavoro antropologico e sociale, che coglie gli esseri umani sul palcoscenico della vita, per stimolare una riflessione, come testimoniato anche dai suoi altri lavori: The skin, ispirato al romanzo La pelle di Curzio Malaparte e My women, una ricerca sulla condizione femminile, in cui interviene con pittura e segni sul corpo nudo delle donne.

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“Lo spettro di Malthus” inquieta ancora Marzia Migliora

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Marzia Migliora, La gabbia, 2019-2020. Elementi in ferro e legno, paglia, paraocchi, scatola per diorami, blocco di sale inciso, ferro e coda di cavallo, 265 x 300 x 300 cm. Foto di Renato Ghiazza. Courtesy: dell’artista; Museo MA*GA.

Al Museo MAGA di Gallarate, fino al 10 marzo(salvo ulteriori restrizioni), sarà possibile visitare la mostra di Marzia Migliora(Alessandria-1972), Lo spettro di Malthus, che consiglio di visitare per almeno tre motivi: affronta l’argomento della disponibilità delle risorse alimentari che spesso diamo per scontata; contiene poche opere che richiedono tempo per essere viste e assorbite, grazie anche a un bell’opuscolo con foto e contributi utili alla riflessione successiva; l’ingresso gratuito che assorbe le spese di viaggio che potreste dover sostenere per raggiungere il museo. L’artista conosce il tema del cibo e delle risorse alimentari di cui si era già occupata in altri lavori. Figlia di agricoltori, ha vissuto l’infanzia in una casa circondata da coltivazioni e popolata di animali. “La vita contadina, la cura della terra e la determinazione delle specie vegetali, credo che abbiano formato il mio sguardo d’artista”, dice di sé stessa.

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Per Barbara De Ponti l’Arte deve ispirarsi alla Scienza

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Barbara De Ponti, Clay Time Code, Museo Civico di Scienze Naturali Malmerendi, 2016-2 ph Maki Ochoa

Per sintetizzare il lavoro di Barbara De Ponti (Milano-1975) si potrebbe dire che esso si è concentrato, finora, sui grandi temi dello spazio e del tempo e si è concretizzato in una serie di eventi denominati “Planning Costellation” (2009), “Speaking Things” (2009), “La luce naturale delle stelle” (2012), “To identity” (2015), tutti ben illustrati nel piccolo volume “Isolario-appunti geografici sull’opera di Barbara De Ponti” (a cura di Alessandro Castiglioni-Postmediabooks) e poi “Clay Time Code” (2016) e “Forma mentis” (2018), di cui potete vedere delle immagini a fine articolo. Non descriverei però compiutamente la sua indagine, se non parlassi del retroterra culturale e metodologico che la sorregge e che inquadra il suo lavoro.

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Pep Marchegiani si camuffa per manifestarsi

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Pep Marchegiani-Letto romano-tecnica mista-2021

Di Pep Marchegiani (Atri, 1971) avevo parlato a settembre del 2020. Mi avevano colpito le sue installazioni in cui comparivano grandi fiori ed esse mi erano apparse, come avevo scritto, la migliore risposta alla domanda “perché continuare a dipingerli?”. Le sue opere, per quanto concettuali, erano fortemente illustrative e figurative, conseguenza anche della sua precedente attività grafica nel mondo della moda. Poco dopo, però, egli aveva iniziato a pubblicare sul suo profilo Instagram delle nuove opere molto diverse dalle precedenti. Quadri “astratti” formati da grandi strisce sinuose e accostate di diversi colori, simili a onde, dipinte su tele con dei lembi ripiegati, in modo da fornire tridimensionalità al quadro, con un forte effetto ipnotico.

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