Arturo Vermi e il segno del paesaggio


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Arturo Vermi S.T.presenze_1974_tm_15x73cm

La mia conoscenza di Arturo Vermi (1928-1988) è molto recente e risale a ArtVerona 2021 dove tra le migliaia di opere esposte, le sue mi avevano folgorato. Il gallerista Rino Tornambè che le esponeva, di fronte al mio entusiasmo ed alla mia dichiarazione che mi sarebbe piaciuto occuparmene, mi fece dono di alcuni cataloghi delle mostre di Vermi, tra cui quella alla Galleria Blu di Milano e quella al Palazzo delle Prigioni Vecchie di Venezia, entrambe del 1974, che sancirono la sua affermazione e a cui lo stesso Vermi fa riferimento nelle sue Note d’artista. A colpirmi era stata in particolare un’opera della serie dei Paesaggi; sulla tela vuota solo un riquadro in basso a destra con una serie di linee verticali, in cui io avevo visto degli alberi vicini all’acqua di un torrente, il segno di un paesaggio, che è a mio avviso il tema ricorrente delle opere di questo artista.

Arturo Vermi nasce a Bergamo nel 1928 e lavora per alcuni anni come operaio in Pirelli nelle sale del cui Centro Culturale allestirà la sua prima mostra nel 1956, in cui espone opere di motivo figurativo che però scompare presto dalle sue tele. Licenziatosi, si trasferisce per due anni a Parigi dove fa solo incisioni, acqueforti, litografie e in cui matura la sua ricerca sul segno. Tornato a Milano fonda nel 1962 assieme ad Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini e Angelo Verga, il Gruppo del Cenobio. Risalgono a questi anni i cicli delle Lavagne, delle Lapidi e dei Diari. Si trasferisce a vivere nel quartiere delle Botteghe di Sesto San Giovanni, luogo di residenza delle avanguardie milanesi, dove frequenta altri artisti. Nascono i cicli delle Presenze, dei Paesaggi e delle Marine. Nel 1967 stringe amicizia con Lucio Fontana, con cui metterà a punto il suo concetto di spazio e nascono le Piattaforme e 100.000.000 di anni luce. Nel 1974 si trasferisce a vivere in Brianza e nel 1975 scrive il suo Manifesto del disimpegno con cui annuncia di dedicarsi alla ricerca della felicità. Nel 1978 distribuisce a Venezia L’Azzurro, rivista che dovrà contenere solo buone notizie. Negli anni successivi realizza l’Annologio e Com’era Bella la Terra in cui rivela una forte sensibilità ambientale. Negli ultimi anni si riavvicina alla figurazione con il ciclo Luna-Terra-Sole. Si spegne nel 1988.

Partecipando al movimento segnico e gestuale che nel secondo dopoguerra si sviluppa in Europa, Vermi cerca il suo segno e come dice nelle sue Note dell’artista: “In quegli anni (a Parigi n.d.r.) feci quasi esclusivamente incisioni, acqueforti, litografie. È tutt’ora mia convinzione che il successivo lavoro di segno che feci, ebbe radici lì.” Come altri artisti Vermi cerca il proprio segno in un ambito calligrafico ma a differenza di quegli artisti che trovarono un riferimento nelle scritture orientali, Vermi lo trovò in un segno che precede la calligrafia e quindi ancora più originale e nativo: l’asta, il semplice segno verticale, quello infantile con cui ci viene insegnato a scrivere e con cui si possono esprimere non solo delle unità di conto, dei numeri ma anche la qualità dei numeri, non solo il numero dei giorni ma anche la qualità dei giorni. I Diari sono quindi la serie di opere in cui Vermi può dimostrare di aver trovato il suo segno espressivo originario ma anche esplicitare una condizione esistenziale, astrazione di unità di tempo, di giorni uguali, della vita umana, ma anche di una presenza nello spazio.

  • Arturo Vermi_STdiario_.sd_tm_100x80cm
  • Arturo Vermi_S.T._inserto_approdo_1977_tm_100x80
  • Arturo Vermi_S.T._paesaggio1976_tm_100x80cm

Una volta trovata la propria espressione segnica, il suo monema, il suo alfabeto con cui distinguersi, Vermi rivolge lo sguardo all’esterno. A differenza di artisti come Capogrossi, che esaurirono la loro pur fortunata ricerca nella rimodulazione del suo segno, ora ingrandendolo ora rimpicciolendolo e utilizzandolo come decorazione solo presentativa, Vermi impiegò il suo segno per giungere a un’estrema sintesi dello spazio esterno. L’amicizia con Lucio Fontana dimostra il suo innegabile interesse e la sua partecipazione al movimento spazialista ma Vermi sceglie di non stare fuori dalla tela ma di continuare a rappresentare lo spazio su questa, uno spazio non astratto ma reale, perché in Vermi esiste una tensione vera tra uomo e mondo, tra segno e paesaggio, che deve trovare espressione e che tornerà ciclicamente in altri momenti della sua opera. E così i suoi Paesaggi e le sue Marine sono realizzati con i suoi segni ed anche se Vermi afferma che essi non erano che dei concetti di paesaggi e di marine, in me resta forte l’impressione che essi siano non solo concetti ma anche delle raffigurazioni di ambienti naturali, per quanto ridotti all’estremo di un segno. Lo spazio esterno è rappresentato dal colore argento, oro o blu steso sulla tela e il riquadro o l’inserto rettangolare in basso, a volte segnato da aste, a volte pieno di un colore diverso, rappresenta la presenza antropica, ciò che l’uomo può abbracciare. Ma a volte fa capolino una nuvola, oppure la presenza diviene un solo segno verticale che è presenza umana, oppure le aste escono dalla zona confinata e vagano per lo spazio.

È vero, d’altronde, che con lo sbarco sulla Luna lo spazio diviene sempre più qualcosa di concreto e Vermi  partecipa di questo momento realizzando le sue Piattaforme che potrebbero far pensare a rampe di lancio o al monolite del film Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito nel 1968. Ma sono le sue opere successive a riproporre il suo rapporto con la natura e il mondo che non può esaurirsi nel puro segno ma che ha bisogno di altro, di una raffigurazione più piena, di una presa di posizione più esplicita, come quella che si realizza con il ciclo sulle Lune, Azzurro e il Manifesto del Disimpegno e infine Com’era bella la terra, cicli che hanno alla base elementi naturali che vengono raffigurati tal quali.

Vermi è quindi presenza importante non solo della ricerca segnica e spazialista ma anche della sensibilità ambientale che si va affermando nell’arco della sua vita. A distanza di anni, il poeta Claudio Damiani (1957), ha scritto questa poesia, tratta dalla raccolta Cieli Celesti (2016), che credo sarebbe piaciuta ad Arturo Vermi.

“Riverso sul lettino in terrazzo/ guardo il cielo azzurro,/azzurro di un azzurro fitto,/pieno, come più mani di azzurro.

Come siete lontani stelle e pianeti/ dell’universo, quando potremo mai incontrarci,/come, creature vive e intelligenti, uomini/ come noi, sparsi come siamo tutti/ in uno spazio tanto grande?

Così adesso restiamo noi qui, pensando di essere soli/ perché anche il tempo è tanto lungo, come lo spazio./ Vi pensiamo però, esseri cari, e ci sarà un tempo/ in cui ci incontreremo.”

Arturo Vermi and the sign of the landscape

Arturo Vermi is an important presence of Italian sign and spatialist research, but also of the environmental sensitivity that is emerging over the years of his life. After developing the search for his sign made of rods with which you can express not only the number of days but also the quality of the days and with which he will realize the series of Diaries, Vermi participates in the spatialist movement by employing his sign to reach an extreme synthesis of external environment.


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