Kengiro Azuma lo scultore dell’invisibile


(Tempo di lettura 4 minuti)
Kengiro Azuma – Foto da Archvio Azuma

Nel corso della mia visita alla galleria LUAR, in via Bandinelli 60 a Milano, di cui ho parlato in questo blog, mi ero imbattuto in alcune statue in pietra dello scultore Kengiro Azuma (1926-2016) che aveva avuto, lì accanto, al piano terra di una palazzina, il proprio studio/abitazione, oggi luogo di lavoro del figlio, l’arch. Ambrogio Azuma che mi ha aiutato, nel corso di una chiacchierata al telefono, a inquadrare la figura, umana e artistica, del padre.

Sono già noti alcuni avvenimenti della vita di Kengiro Azuma che hanno influenzato profondamente la sua ricerca artistica: la provenienza da una famiglia di fonditori di bronzo che realizzava campane; la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale come pilota kamikaze che però si salva grazie alla fine del conflitto; la crisi che attraversa subito dopo, quando per un anno, non esce di casa come un Hikikomori. Durante questo periodo matura l’idea di dedicarsi all’arte e grazie a una borsa di studio, giunge in Italia, dove resterà tutta la vita, per seguire il lavoro di Marino Marini. Ma va considerata anche la sua “identità ambientale”, intesa come connessione psicologica e culturale con la natura del proprio paese di provenienza, il Giappone, caratterizzato da fenomeni climatici estremi e da frequenti terremoti e maremoti, con grandi conseguenze umane, fenomeni naturali che lo shintoismo, la religione nazionale giapponese, ritiene manifestazione di forze divine. Il figlio mi spiega che i giapponesi, a causa dell’estrema precarietà dell’esistenza dovuta alla geologia e al clima, sono abituati a vivere nel presente, serenamente, grazie a questa consapevolezza. Una mia amica, l’artista giapponese Asami Takahashi aggiunge che, per vivere bene devi usare concetti semplici che vadano alla radice delle cose e che lo stato migliore è il niente perché ti consente di non soffrire.

La ricerca artistica di Azuma appare intimamente legata a questa visione, alla ricerca della possibilità di rappresentare quanto di più semplice e più complesso ci sia, il vuoto, il nulla, l’invisibile, MU in giapponese, come chiamerà tutte le sue opere, aggiungendo soltanto un numero per differenziarle, a cui si contrappone YU, il pieno. 

Ma il tema del vuoto non esprime un concetto fisico. Non è il vuoto di cui parlava l’artista Maria Lai, mentre rievocava le lezioni di Arturo Martini che le insegnava a “modellare la creta con il vuoto dentro, cioè mettendo le mani dentro la scultura facendola muovere in fuori come quando si fa il pane”. Né è il vuoto che esprime mancanza di senso dell’esistenza, straniamento, ma anzi esso è il presupposto del suo contrario: il pieno della vita. Vuoto vuol dire infatti, spiega Kengiro Azuma in un’intervista: “che io sono sempre pronto a ricevere”. Certo questo vuoto avrà anche una rappresentazione fisica, con l’introduzione di fori, di buchi nelle proprie sculture, ma si tratta solo, appunto, di una sua rappresentazione materiale.

Del resto, mi spiega il figlio, ciò che ci appare vuoto, invisibile è spesso quanto di più reale esiste nella nostra vita. I valori che non si vedono ma che esistono come l’amore, la passione, la fede, l’amicizia che animano la nostra vita e che sono come un filo rosso che ci lega. La goccia d’acqua, che rappresenterà spesso nelle sue opere, per raffigurare il vuoto e il pieno, il visibile e l’invisibile, perché la si può osservare per un attimo nel momento in cui si stacca dalla grondaia per poi scomparire quando tocca terra e tornare nel ciclo della pioggia.

Lo schema delle opposizioni, del vuoto che è pieno, dell’invisibile che è reale, si estende all’interpretazione della vita che è fatta di fasi alterne, facili e difficili, a opposti che si alternano, come lo yin (nero) e lo yang (bianco). Nessuno stato della materia, della natura e della storia è per sempre: nella guerra c’è il seme della pace e nella pace il seme della guerra. Per esemplificare ulteriormente, il figlio mi racconta che dopo aver subito un furto in casa, il padre disse che alla fine dal male del furto era seguito del bene per tutti gli artigiani che avevano lavorato per riparare i danni causati dai ladri.

Accanto alle opposizioni è sempre presente l’influsso della sua identità ambientale, della bellezza non costruita che è effetto dell’agire degli elementi naturali come nel caso del sottovaso in ferro, bucato nel tempo dalla pioggia, che lo ha arrugginito e forato, considerato alla pari di un’opera d’arte. Azuma, inoltre, invitava continuamente a non perdere la sensibilità e la percezione della natura coperta da ciò che è artificiale e che ci fa dimenticare il nostro istinto naturale, animale. L’artista, affermava, è l’essere umano che mantiene vivo il suo istinto simile a quello degli animali.

La mia chiacchierata con Ambrogio Azuma si è conclusa. Ho ascoltato nelle sue parole una rievocazione intensa, piena di affetto e di profonda intimità. Ma non si tratta solo di memoria. Egli ha convissuto con la ricerca e il lavoro del padre, casa e studio erano un tutt’uno e tutto veniva discusso in famiglia. Come architetto ha lavorato con lui per l’installazione delle opere collocate negli spazi pubblici di Milano e provincia e di altre città del mondo e continua, con la sua professione, il lavoro del padre Kengiro Azuma.

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3 pensieri riguardo “Kengiro Azuma lo scultore dell’invisibile”

  1. Che bellissima definizione questa, il vuoto come capacità di ricevere, di accogliere, di accettare, e, penso, anche di meravigliarsi della ricchezza che ci circonda !
    Grazie Fabrizio per questa interessantissima introduzione ad un artista a me sconosciuto.

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