L’Antropocene muove anche i confini alpini dell’Italia e li fa diventare “mobili”


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Il confine tra Italia e Austria – Foto di Tschubby – Wikimedia Commons

Ricordate Otzi, la Mummia del Similaum? Il suo corpo fu rinvenuto da due turisti, nel settembre del 1991, nei pressi del confine italo-austriaco, a oltre tremila metri d’ altezza, dove era riaffiorato a causa del ritrarsi del ghiacciaio omonimo. Il corpo fu conteso tra Austria e Italia, prima trasportato a Innsbruck e solo successivamente, a seguito di ispezioni sul luogo del ritrovamento che si trovava sul territorio italiano, rivendicato dall’Italia e trasportato a Bolzano al museo archeologico dell’Alto Adige , dove si trova attualmente.

La questione non era di principio. I confini sono legati certamente a questioni culturali ma soprattutto a questione economiche ben precise, attribuzione a un paese di risorse di varia natura: minerarie, energetiche, agricole ma anche turistiche, come in questo caso, che hanno grande importanza.

Un argomento di cui si discute poco è che l’Antropocene e i cambiamenti climatici che lo caratterizzano stanno però modificando i confini alpini dell’Italia. Di questo e dei provvedimenti presi per affrontare il fenomeno si parla nel bel libro “A Moving Border. Alpine Cartographies of Climate Changes” di Marco Ferrari, Elisa Pasquali e Andrea Bagnato – Columbia Books e ZKM -2019, che raccoglie i risultati della ricerca “Italian Limes” condotta dal 2014 al 2018 da Studio Folder.

La parte dedicata ai confini tra Italia e Austria, che comprende anche la zona del Similaun, è particolarmente significativa per illustrare il fenomeno. Il trattato di Saint Germain del 1919 che aveva trasferito l’Alto Adige /Sudtirol all’Italia, illustrava in termini generali i nuovi confini tra i due paesi. Successivamente una commissione bilaterale aveva effettuato nel dettaglio la delimitazione, utilizzando il criterio dello spartiacque orografico. In molti casi tuttavia, il confine era situato sopra dei ghiacciai che a causa del loro scioglimento hanno modificato lo spartiacque. Una commissione istituita nel 1970 aveva riconosciuto il fenomeno e i tecnici del nostro IGM, Istituto Geografico Militare, avevano proposto la soluzione di “moving border” cioè che il confine sarebbe coinciso con lo spartiacque o meglio con la “linea displuviale” anche in caso di suo spostamento dovuto a “graduali cambiamenti naturali”, intendo per questi la conseguenza dell’erosione o la contrazione di un ghiacciaio o di un nevaio perenne, senza che ci fosse bisogno di nuovi accordi tra i due paesi. Tale proposta, certamente innovativa, è stata sancita da un accordo, per la prima volta nel 1994, divenuto poi legge per l’Italia nel 2005.

Il fatto che già nel 1970 si fosse presa coscienza delle conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai non deve meravigliare. La fine della piccola glaciazione, in cui il ghiaccio delle Alpi raggiunse il suo massimo è fissata nel 1850 e da allora esso ha iniziato a ritrarsi e la metà della sua superficie è scomparsa. Purtroppo, mentre i due terzi hanno impiegato 120 anni, dal 1850 al 1970 il restante terzo si è sciolto in appena 30 anni proprio come effetto dell’aumento della temperatura e dei cambiamenti climatici.

Insomma, i confini si adeguano all’Antropocene.

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