Broken Nature un anno dopo


(Tempo di lettura 3 minuti)
La maschera da snorkeling con la valvola Charlotte realizzata dalla Isinnova di Brescia

Broken Nature, la mostra al centro della XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, curata da Paola Antonelli, si è svolta a Milano, dal 1 marzo al 1 settembre dello scorso anno. Si trattava di una mostra molto bella e molto ampia accompagnata da un passa parola entusiastico che invitava ad andarla a vedere. A distanza di un anno e in un contesto molto diverso, può essere utile verificare la validità delle premesse poste alla sua base e l’attualità dei contenuti presentati.

Una prima premessa è che il design, per la sua capacità di sintesi e di risolvere problemi e per la sua rappresentazione artistica, è la disciplina, capace più di altre, di afferrare i temi dei cambiamenti climatici e delle conseguenze ambientali del comportamento umano. Entrambi sono interessati dal fenomeno della slow violence e quindi difficili da percepire nell’immediato, a causa del bias cognitivo che non ci fa avvertire i segnali di fenomeni, anche catastrofici; fino a quando non si sono manifestati compiutamente. Il design, grazie a una loro rappresentazione fisica, può migliorare la percezione del rischio di tali avvenimenti.

In secondo luogo, il design, per anni incentrato sulla persona e antropocentrico, deve acquisire caratteristiche altruistiche e allocentriche. Per questo, come illustrato molto bene dalla curatrice, esso deve trasformarsi in un “design ricostituente” che cioè recepisca le finalità del primo ristorante creato a Parigi dal signor Boulanger e capace di “ristabilire la salute senza rinunciare al piacere e alla convivialità”. Dovrà però essere anche riparatore, prendendo in mano la possibile risoluzione delle problematiche ambientali e comunque incorporando sostenibilità, biodiversità, responsabilità; e altresì umanistico, sviluppando proposte emancipative per comunità economicamente svantaggiate.

L’opera “Il racconto del Vajont” di Marco Paolini è un’esemplificazione di queste premesse. Come si legge nel testo di Ala Tannir, co-curatrice della mostra, “Visioni che muovono montagne”, posto in apertura del catalogo: “Rappresentazioni culturali che non fanno distinzione tra arte, pratica creativa, politica, conoscenza e discorso pubblico hanno il potere – e anche la responsabilità- di riallineare le persone con la loro prossimità…alle tematiche dell’ingiustizia ambientale e sociale.”

Posto che sia le premesse che tutti i progetti presentati mantengono la loro attualità, dato che le problematiche ambientali sono ben lungi dall’essere state risolte, nell’attuale situazione notiamo che i rischi di epidemia non avevano trovato spazio in mostra. Le uniche eccezioni potevano essere costituite da “Woobi Play”, una maschera antismog per bambini e da “No Plooshon Jacket”, una tuta con cappuccio che impedisce di inalare i gas di scarico delle auto. Due realizzazioni che mantengono una loro attualità, considerando che le protezioni per le vie respiratorie stanno diventando indispensabili per la nostra vita quotidiana. A fianco a questi si collocava anche “Moyasimon”, un fumetto che ha per protagonista uno studente di agraria capace di vedere i microorganismi e quindi in grado, di avere una visione più completa della realtà.

Ma come mai i rischi di una nuova pandemia non erano stati previsti, visto che le relazioni con le modificazioni ambientali e alcune tradizioni alimentari erano già note dai primi anni del secolo? Evidentemente essi erano stati considerati alla pari di “Elefanti neri”, cioè fenomeni molto probabili o che sono molto chiari ma che per qualche ragione, non sono visti o reagiti dalle persone. Una possibile spiegazione di questa “cecità” potrebbe essere la concezione di una natura “buona” ma “corrotta” dall’essere umano che sembrerebbe sottesa alla mostra Broken Nature.

Ciononostante, l’utilità e attualità del design si sono manifestate comunque, anche se fuori da circuiti strettamente specialistici e in modi del tutto imprevisti, durante l’attuale emergenza sanitaria. Il dott. Carlo Favero, ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, ha suggerito di impiegare una maschera da snorkeling prodotta dalla Decathlon per la terapia sub intensiva di malati Covid. Per collegare la maschera al respiratore era necessaria una valvola, denominata Charlotte, che è stata realizzata con una stampante 3-D dall’azienda Isinnova di Brescia, innescando un progetto senza scopo di lucro, utile per molti ospedali.

Sarebbe pertanto auspicabile che l’edizione post-Covid del “Salone del mobile” ponesse tra i suoi temi la prevenzione dei rischi ambientali e sanitari. In tal modo il “design ricostituente” troverebbe spazio in manifestazione.

0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *