Carlo Cane un pittore di “naturale” coerenza


(Tempo di lettura 4 minuti)
Carlo Cane – Memoria 2018 (particolare) – olio su tela applicata su tavola

Questo post ha una storia particolare che racconterò in prima persona. Ci sono due antefatti. Il primo: nel 2014 avevo acquistato, dall’Università Bocconi, nell’ambito dell’iniziativa “Un quadro per studiare“, un dipinto del 2000 dell’artista Carlo Cane, che raffigurava Yuri Gagarin durante il suo primo viaggio nello spazio. Sono stato sempre appassionato di imprese spaziali, il quadro mi piaceva molto e, sono sincero, allora non avevo prestato molta attenzione all’autore.

Secondo antefatto: sulla Lettura di domenica 17 maggio, l’artista tedesco Michael Najjar, che si sta preparando a partire per un viaggio spaziale, motivava la sua impresa con l’opportunità per un’artista di poter osservare la Terra da un’altra prospettiva. Si tratta di un’opinione condivisibile se solo pensiamo all’impatto che la foto del nostro mondo, scattata dall’equipaggio dell’Apollo 17 nel 1972, la cosiddetta Blue Marble, ebbe sull’opinione pubblica.

Ho cercato pertanto l’autore del mio quadro, per chiedergli cosa pensasse dell’idea di Najjar, finendo per scoprire, però, che quel dipinto era stato un esperimento che non aveva avuto seguito, perchè i suoi interessi erano da sempre concentrati sul paesaggio e sulla natura, come vi racconto di seguito.

Carlo Cane – Immagini d’archivio – Olio su tela – 2000

Carlo Cane nasce a Valenza Po nel 1951, secondo di due figli, a dieci anni dal primo, ed è da suo fratello che riceve in regalo per i suoi 8 anni, una scatola di colori. Il padre, figlio di contadini, è un ciabattino che realizzerà una piccola azienda calzaturiera artigiana mentre la madre, una “montanina”, si occupa della casa e lo aiuta in azienda. Dapprima lavora come incastonatore nell’industria orafa, finchè a 25 anni decide di fare della pittura la sua attività anche se, schivo e riservato, si farà conoscere piuttosto tardi. Si sente legato a Pellizza da Volpedo e Angelo Morbelli ma ama citare che i suoi insegnanti sono stati Giulia Pia Zelaschi e Gian Paolo Cavalli, entrambi poco noti, ma da cui riconosce di aver imparato molto: il rigore dalla prima, la libertà espressiva dal secondo.

Vive in campagna e la sua pittura si alimenta di quello che vede nel corso delle sue passeggiate quotidiane tra i campi, dove osserva i cambiamenti che ci sono nell’apparente ripetersi del tempo: animali, insetti, vegetali, acque, terre che inserisce nei suoi quadri. Mi racconta di aver notato che, in questi mesi di siccità, il livello del lago artificiale vicino casa si è ridotto ma non, come si potrebbe pensare, per effetto dell’evaporazione ma perché, lui ne è convinto anche se non può averne la dimostrazione scientifica, le piante si sono “abbeverate” alle sue acque.

Dopo il duemila, giunge alla consapevolezza che la natura non può essere data per scontata per sempre, si avvicina alle tematiche ambientali e decide che con la sua pittura vuole mandare un monito sulla situazione del pianeta ma senza impressionare o spaventare. Influenzato dalla lettura di scrittori americani inizia a dipingere grattacieli, palazzi, forme architettoniche pure, paesaggi distopici senza alcun riferimento geografico o spaziale, senza abitanti, senza pedoni nelle strade, solo volumi, utilizzando esclusivamente due/tre colori. Vuole attirare l’attenzione di osservatori ormai abituati solo a immagini molto colorate, far in modo che si concentrino su quello che è assente e che potrebbe venirci a mancare.

Carlo Cane – Olio su tela applicata su tavola

Arriva al 2012 con la mostra “Ghiaccio nove”, titolo tratto da un romanzo di Kurt Vonnegut. Sente di essere giunto a un bivio tra continuare a realizzare quadri architettonici, minuziosi certo ma fatti di linee senza colori o tornare a dipingere. Con la mostra “È ancora possibile” del 2015, aggiunge ai suoi quadri natura, insetti, colori ma la sua pittura ha avuto un’oscillazione eccessiva nell’altro verso ed è tornata, poi, a un punto di equilibrio, di sintesi.

Carlo Cane – Trasformazione (particolare) – Olio su tela applicata su tavola – 2014

Da alcuni anni i suoi soggetti sono delle case, senza alcuna somiglianza con quelle che siamo abituati a vedere nelle nostre campagne, palazzine monofamiliari a due piani che sembrano trasportate lì dal centro storico di una città francese o svizzera o dal bosco di Walden di cui parla Thoureau. Sono abitazioni disabitate, rotte ma non distrutte, la cui forma originaria è ancora rinvenibile, invase da una vegetazione rigogliosa, rami di alberi ma anche piante rampicanti, che le sovrasta o sbuca dagli infissi rotti. In alcuni casi, dall’alto sgorga dell’acqua, che però è un simbolo di vita e non di distruzione, acqua che non travolge ma che scorre lungo le pareti della casa come se queste fossero divenute roccia e pietra di montagna da cui scendono a valle.

Carlo Cane – Olio su tela applicata su tavola – 2020

Le scene non sono cupe anche se il cielo è diafano perchè il sole è coperto da un velo lattiginoso. I colori della vegetazione paiono quelli di una fase che precede l’autunno ma la stagione è indefinita. Cane sembra dirci che gli interventi umani, rappresentati dalle case, non potranno mai durare più dei vegetali e degli altri elementi naturali che invece continueranno a esserci quando queste saranno crollate, cadute e invase fino ad essere interamente riassorbite da loro.

Ma allora che rapporto c’è con il quadro di Gagarin di cui sono in possesso e da cui è iniziato questo racconto? Nessuno forse, ma chi dipinge cosa fa se non spingere la sua immaginazione in alto, per poter osservare quello che altrimenti non vedremmo dalle nostre ridotte dimensioni? Alla fine, Carlo Cane, ha sempre conservato la sua “naturale” coerenza.

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