Nel bosco di Dacia Manto animali e piante agiscono su di noi


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Dacia Manto-Nebulosa#16-Red Lab Gallery-2021

Walden, il bosco in cui il filosofo Henri David Thoreau (1817-1862), si ritirò a vivere per 26 mesi quando aveva ventotto anni, per sottrarsi allo stile di vita dei propri concittadini di Concord, è un luogo sempre attuale e ricorrente nella trattazione artistica che ne è seguita. Non stupisce quindi che Dacia Manto (Milano, 1973), che si ispira a Thoreau e che già nel 2008, a Ravenna, gli aveva dedicato una installazione e una performance, abbia voluto, in un certo qual modo, ricrearlo a Milano, alla galleria Red Lab diretta da Lucia Pezzulla. Entrati ci si trova in una piccola stanza in cui alle pareti scure sono appesi i lavori realizzati dall’artista su vari materiali, con diverse tecniche e di differenti dimensioni. Sedendovi sulla panca posta al centro della stanza, vi troverete immersi in un bosco da cui potrete osservare non immagini separate ma un panorama unico e coerente, formato da una ricca e fitta vegetazione in cui vivono animali e in cui in lontananza scorgiamo un lago e talvolta intravediamo una figura umana. Avvertiamo un senso di pace, di tranquillità, il luogo non ci spaventa, ci troviamo in quella che l’artista definisce “una tana, uno spazio chiuso e sicuro” ma anche un caleidoscopio della natura. La mostra si intitola Nebulosa 11, beside Walden e prende il nome da Nebula, la lupa dell’artista morta da poco.

Dacia Manto oggi risiede sulle colline della Valmarecchia, nel comune di Pennabilli (RN), una zona lontana dal mare e tutta interna, dove si è trasferita dopo il diploma in cinema e teatro al DAMS di Bologna e in pittura all’Accademia di Belle Arti della stessa città. Qui vive nella sua Casa Selvatica, immersa nella natura e con i suoi animali, i tanti cani randagi che lei ospita per sottrarli alla prigionia dei canili e consentire loro di vivere nell’ambiente naturale di cui hanno bisogno. Natura e animali sono le due dimensioni di vita che l’accompagnano da sempre e che trasfonde nella sua passione artistica, nata sul tavolo da lavoro del nonno Nadir Quinto, un noto illustratore e fumettista che ha tradotto in immagini tante storie e romanzi per ragazzi.

Oltre a ispirarsi al pensiero di Henry David Thoreau e Gilles Clément, due personaggi così distanti nel tempo ma così accomunati nelle riflessioni e nella loro pratica concreta e di cui ho parlato in più occasioni nella Città Vegetale, la Manto è anche una convinta assertrice della Biofilia. Secondo questa teoria, messa a punto dal biologo statunitense Edward Osborne Wilson (Birmingham, 1929), esiste in noi esseri umani la “tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. Inoltre, il contatto con la natura promuoverebbe il nostro benessere, concetto che era già sostenuto da Ippocrate (460-370 a.c.). Sulla base di queste riflessioni la Manto ha dato luogo a opere realizzate orizzontalmente sui pavimenti dei siti espositivi, come terra da cui nasce la vita, in cui i materiali animali e vegetali, danno luogo a interconnessioni. Come ha detto alcuni anni fa un commentatore, Dacia Manto “disegna le prospettive di un’espansione della vita organica in uno stadio iniziale in cui le piante hanno invaso la Terra senza essere inibite, cioè attraverso microrganismi e forme di vita semplici per finire con immagini di giardini misti, pittoreschi…”. Qui nella mostra troviamo la ripetizione di questa convinzione profonda, la riproduzione incontaminata del mondo vegetale e animale.

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Gli animali entrano nella sua vita e nelle sue opere sia in quanto esseri con cui esiste un contatto emotivo innato, sia in quanto ponte per la percezione della natura. Vivendo con loro, camminando assieme ad essi nei boschi, facendo attenzione a loro, la sua percezione della natura e del mondo vegetale si arricchisce e si amplia. Come Smilla nel romanzo di Peter Hoeg era capace di distinguere tra tanti tipi di neve così lei, nel bosco assieme ai suoi cani, diventa capace di distinguere i vari tipi di verde del fogliame e ciò che avviene al di sotto di esso.

Qui la sua ricerca tocca un punto di grande interesse. Di fronte ai cambiamenti climatici e alle trasformazioni indotte dall’Antropocene, una delle convinzioni più ripetute sostiene la necessità per noi umani di stabilire un rapporto diverso con gli altri regni naturali, ma lasciando in sospeso il come ciò possa avvenire. Il filosofo Sebastiano Maffettone, in un commento al libro dell’antropologo Philippe Descola, Oltre natura e cultura, apparso sul domenicale del Sole 24ore del 10 maggio scorso, riprende la tesi dell’autore secondo cui “l’antropologia, la scienza dell’uomo, deve avere la forza di trascendere lo studio dell’umano per occuparsi anche delle altre creature organiche (animali, piante) e inorganiche (minerali, acque, deserti)”. Ma cosa vuol dire occuparsi? Probabilmente potremmo intendere questo termine non solo come prendersi cura di esse ma anche come prendere atto dell’effetto che esse hanno su di noi. Da questo punto di vista può soccorrerci la teoria secondo cui gli oggetti sono dotati di agency, cioè della capacità di agire socialmente, modificando lo stato delle interazioni in cui sono collocati. Ma se al posto degli oggetti, risultato della trasformazione produttiva umana, mettessimo le creature organiche e inorganiche e spostassimo l’attenzione da ciò che noi facciamo loro a ciò che esse producono in termini relazionali su di noi, non potremmo ottenere delle prime risposte?

Sulla base di questa prospettiva, artisticamente illustrata da Dacia Manto, come si può immaginare il ciclo della vita? Cosa vuol dire la parola sviluppo? Solitamente siamo abituati a pensarli come tendenza verso un punto di arrivo e quindi come una linea che, in maniera più o meno continua, tende a raggiungere una destinazione finale, ma lei invece mi parla di un cerchio e mi dice “Le cose funzionano se sono in cerchio e se sono collegate tra loro”. Il problema non è trasformare ma collegare, non portare una cosa naturale a divenire artificiale con una trasformazione produttiva, ma scoprire il senso della sua relazione, del suo collegamento con le altre cose e le altre creature.

Nonostante siano trascorsi quasi duecento anni dalla sua nascita, il pensiero di Thoreau, che pure dopo due anni, uscì dal bosco e tornò alla sua cittadina di Concord, continua a far sentire la sua influenza. Come affermava nel suo libro Walden Vita nel bosco, frase riportata anche nel contributo critico di Gigliola Foschi alla mostra: “Finché non ci perdiamo, in altre parole, finché non abbiamo perso il mondo, non cominciamo a trovare noi stessi e ci rendiamo conto di dove siamo e dell’infinita estensione delle nostre relazioni.”

In Dacia Manto’s forest animals and plants act on us

Dacia Manto (Milan, 1973), recreated in Milan, at the Red Lab gallery directed by Lucia Pezzulla, the places where she lives in contact with nature and animals, inspired by Walden, the forest in which the philosopher Henri David Thoreau (1817-1862)He retired to live for 26 months when he was 28. In the forest, along with her dogs, her perception of nature and the plant world is enriched and expanded, seeking the influence that organic and inorganic creatures have on her, to conceive of life and its development as a circle in which all things are connected to each other.


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