Dai giardini alla Città Foresta


(Tempo di lettura 2 minuti)
Louvre Tuileries Potatura alla francese – © Carla Della Beffa- 2003

Da quando il contrasto all’emergenza climatica ha fatto avanzare proposte che prevedono la piantumazione di alberi ovunque sia possibile, 3 milioni di alberi solo a Milano e 60 milioni in tutta Italia, gli amanti dei giardini sono preoccupati dalla mancanza di cura e manutenzione che ne potrebbe seguire per luoghi specifici della città.

Il giardino possiede un forte potere evocativo. Esso esprime un archetipo, un ideale di luogo, a partire dall’Eden, il giardino in cui il primo uomo e la prima donna avrebbero vissuto. Indipendentemente dal modello a cui ci si ispira, pittorico o architettonico, che sia ordinato o disordinato e che si utilizzino alcune piante piuttosto di altre, il giardino rappresenta l’utopia di una natura governata dal genere umano e al tempo stesso contiene elementi che ispirano alla lontananza, che ci trasportano al di là dei nostri ristretti confini.

Ma il giardino è anche di più. È ideale di armonia, esempio di ricostruzione del mondo in modo da renderlo luogo felice, trasformando in giardino il mondo, come sostenuto da Massimo Venturi Ferriolo.

A livello privato la cura di un giardino è rappresentazione di benessere, di agiatezza, perché si dispone del tempo per prendersene cura, della possibilità di concedersi la conoscenza di una materia residuale, di coltivare “utilità senza utile”.

Anche a livello pubblico il giardino assume il ruolo di indicatore della ricchezza di una comunità. Una città che può concedersi ampie aree verdi è una città ricca perché può sottrarre all’edificazione ampie aree del suo territorio rinunciando agli oneri che gliene verrebbero ma anche che può occuparsi della loro onerosa manutenzione.

Fino a poco tempo fa, giardini e alberi concorrevano a soddisfare il nostro bisogno di verde. Chi non poteva avere un giardino privato fruiva di quello pubblico o sbirciava quelli riservati al piacere dei proprietari, nascosti dietro i massici portoni del centro o sugli attici dei palazzi.

Con la realizzazione del Bosco Verticale dell’arch. Stefano Boeri, il giardino privato smette però di essere destinato alla contemplazione dei suoi proprietari e diventa un “oggetto privato di godimento pubblico”, parte del paesaggio, al punto che ai residenti è vietato intervenire sulle piante del proprio appartamento, perdendo il senso della cura privata che è tipico del giardino.

La necessità di rispondere alla emergenza climatica impone però la piantumazione di un sempre maggior numero di alberi, evocando quella che lo stesso Boeri ha chiamato la “Città Foresta”, con una moltiplicazione di boschi verticali e boschi urbani.

Ma ai boschi verticali manca la caratteristica di essere pubblicamente fruibili. Essi restano perciò solo parte del paesaggio, né giardino privato né foresta.  

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3 pensieri riguardo “Dai giardini alla Città Foresta”

  1. Ovviamente d’accordo nell’aumentare la quota verde nel nostro ambiente cittadino e non solo. Non amo i giardini costruiti dove non viene lasciato spazio alle specie autoctone per “imporre” altre solo a fini estetici. Non amo le costrizioni sia nel mondo vegetale che in quello animale, sono per curare dove c’è bisogno e non per imporre alla natura.
    Per quanto concerne i boschi verticali… preferisco tanti balconi fioriti per tutti

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  2. Taggato come: Agricoltura Idroponica, agricoltura sostenibile, Agricoltura Verticale, Architettura Sostenibile, CO2, Giardini Verticali, MIT, Risparmio Energetico Con la scoperta del lavoro di Patrick Blanc anche in Italia la “moda” del Giardino Verticale è esplosa assieme alla richiesta di rivestire pareti interne e esterne con piante. Posizionata nell’ambito di un nuovo romanticismo volto al recupero della natura selvaggia, il tema dei giardini verticali non risolve semplicemente un problema di spazio nè viene scelto per le caratteristiche pur rilevanti di vantaggi ambientali. Si situa infatti nell’ambito del “terzo paesaggio” di Gilles Clement, nello Junkspace di Rem Koolhaas, ovvero laddove la città nei suoi segmenti abbandonati, i suoi retri, nei vuoti e interstizi – diventa foresta e, spontaneamente, consente lo sviluppo di forme antropiche e naturali. Questo e il nuovo regno della biodiversita.

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    1. La ringrazio del suo commento che arricchisce certamente il post. Il clamore attorno al “bosco verticale” ha fatto perdere di vista il lavoro di Blanc e seguaci. Sono d’accordo con lei che il terzo paesaggio di Clement sia il regno della biodiversità e penso che alcune volte le tante associazioni che lavorano in questo ambito perseguano obiettivi di risanamento che inconsapevolmente vanno in direzione opposta.

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