L’agricoltura non è più un soggetto per l’arte?


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Geometrie Rurali -Copyright Stefano Barattini – 2019

Alcuni mesi fa è stato chiesto alla Città Vegetale perché l’Arte Contemporanea, nelle sue varie e multiformi manifestazioni, non si occupi “dell’agricoltura moderna” nelle forme assunte a seguito della “Rivoluzione Verde”. Si tratta, infatti, di un settore economico fondamentale per la nostra esistenza, al quale è affidata la produzione dei beni alimentari ma anche la cura di gran parte del nostro territorio, con gli ovvi riflessi che essa ha su ambiente e clima.

È evidente che questa affermazione non è vera, piuttosto le modalità con cui avviene sono particolari e dipendono dalla diversa visione dell’agricoltura che si è affermata.

Fino agli anni 50/60 del ‘900, allorquando, in Italia, con la migrazione dalle campagne alle città, si avvia la trasformazione di milioni di contadini in operai e cittadini e dell’agricoltura da tradizionale a moderna, è esistita una rappresentazione costante della realtà agricola. Naturalismo, Verismo, Realismo raffigurano quella povera e meno povera, con esseri umani e bestie o con gli esseri umani ridotti a bestie, i campi e le lavorazioni, l’occupazione delle terre incolte ma anche l’aia delle cascine come luogo di socializzazione e di festa con i corteggiamenti, i matrimoni e i funerali. Fattori, Signorini, Michetti, Patini, i Cascella, Pasetto, Tettamanti, Guttuso, solo per stare ad alcuni esponenti della pittura, dipingono l’agricoltura. Di questa intensa attività resta testimonianza la mostra “Arte e mondo contadino”, svoltasi a Torino nel 1980, a cura di Mario De Micheli.

Con lo sviluppo delle città e dell’agricoltura moderna, necessaria a produrre i beni alimentari per un numero sempre più elevato di abitanti, le campagne e i contadini cessano di essere protagoniste per diventare, agli occhi dei cittadini, una più rarefatta “Natura”, quasi paesaggio al loro servizio. In tal modo si perde di vista sia che esse sono un risultato dell’attività umana, sia ciò che vi si svolge realmente. L’arte ne estrapola le attività più crude, come quella della produzione di carne, sottintesa nelle varie reinterpretazioni del “ Bue macellato” di Rembrandt, da parte di Bacon, Kounellis, Hirst. Queste opere, però, sono occasione di riflessione sulla guerra e la morte, piuttosto che sul cibo come conseguenza dell’uccisione di un animale.

Con la progressiva separazione tra città e campagna e la maggiore considerazione delle tematiche ambientali, l’arte si concentra nella critica all’uso dei concimi e dei pesticidi, degli antibiotici, e alle modalità di allevamento degli animali. Gli artisti puntano, anche con performances, a ricreare le condizioni del “paradiso perduto”, coinvolgendo gruppi di cittadini in una specie di occupazione delle terre, nella semina e nella coltivazione di specie poco diffuse e nel consumo collettivo dei risultati del raccolto, tentando di riappropriarsi di quelle attività che ormai non esistono più. Queste iniziative hanno l’effetto positivo di fornire a chi vive in città e in specie ai più giovani, un’esperienza di quella che è la produzione di alcuni cibi, per quanto edulcorata, visto che gli animali sono considerati solo come oggetti di affezione.

Le città, dal canto loro, tendono a fare propri i temi della campagna e dell’agricoltura, sottraendoli al territorio rurale. La piantumazione intensiva del territorio urbano, con finalità di contenimento dei cambiamenti climatici, la trasformazione dei palazzi in “boschi verticali”, le sperimentazioni di semina in alcune aree dismesse, ne sono un esempio. In questo quadro, alcuni artisti, per sottrarsi a questo abbraccio, puntano a ribadire il valore della terra, l’unicità degli alberi come sintesi del tempo, l’impiego di materiali vegetali per tele, colori e realizzazioni e la coltivazione di alcune specie di erbe tipiche delle città.

La fotografia, ultima per cronologia tra le discipline artistiche, oscilla anch’essa tra ricerca di scorci del passato e lo studio di geometrie, grazie alla foto aerea, resa possibile dall’uso dei droni. In quest’ultimo caso, le foto testimoniano la realtà dell’agricoltura industriale: campi squadrati a misura di macchine per la lavorazione e la raccolta e la selezione del prodotto, assenza di esseri umani, necessari ormai solo in minima parte alla coltivazione dei campi, silos per la conservazione dei raccolti.

La realtà della produzione del cibo può, però, trovare ancora nuovo spazio nella rappresentazione artistica. Come ci hanno dimostrato i sacchetti di terra trovati addosso ai corpi dei naufraghi nel Mediterraneo e le sementi nascoste nei bagagli degli immigrati, gli esseri umani si cibano rispettando e portando con loro abitudini alimentari tradizionali che restano testimonianza del legame indissolubile con il loro mondo.

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