Le città dopo il Covid: suggestioni dal movimento Liberty, da Italo Calvino e Jane Jacobs


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Il doodle dedicato a Jane Jacobs nell’anniverario dei cento anni dalla sua nascita il 4 maggio 2016

Dall’8 al 14 luglio si celebra in Italia la settimana dell’Art Nouveau organizzata dall’associazione Italia Liberty. La manifestazione vuole ricordare il vasto movimento europeo che, assumendo nomi diversi: Modern Style, Art Nouveau, Jugendstil, Secessione, Floreale, Modernismo, Liberty, interessò in primo luogo l’architettura e le arti applicate, lasciando ampia e preziosa testimonianza in molte delle nostre città che conobbero per questo una nuova “fioritura”.

La rappresentazione di fiori e piante, simbolo di vita e sviluppo, fu la protagonista indiscussa di tale periodo che dalla fine dell’Ottocento alla Prima Guerra Mondiale, testimoniò l’ottimismo che saldava il progresso industriale ed economico, celebrato dalle esposizioni universali, agli elementi naturali, quando dell’Antropocene e del cambiamento climatico non si aveva ancora alcuna consapevolezza.

Le città, che allora affrontavano il complesso problema dell’urbanizzazione e di come poter provvedere alle esigenze primarie delle folle che le raggiungevano attratte dal lavoro, esprimevano attraverso la realizzazione di palazzi che univano economia ed estetica, come nel caso del quartiere Umanitaria a Milano, la consapevolezza di poter risolvere questi problemi e di poterle vestire, nutrire, alloggiare e trasportare da un luogo all’altro.

A distanza di cento anni, dopo il Corona Virus, si dibatte se le città saranno destinate a essere preda, anche in futuro, di attacchi di virus biologici o informatici, diminuendo la loro attrattiva o se sarà la loro “complessità” a farne la loro forza per resistere a questi rischi, restando quindi la soluzione più attrattiva per lo svolgimento della nostra vita.

Italo Calvino, nel 1972, nella prefazione alle “Città Invisibili” si chiedeva: “Che cosa è oggi la città, per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana…Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi (perché) le città sono luoghi di scambio ma…non soltanto scambi di merci (ma anche) di parole, di desideri, di ricordi.” Il grande scrittore e intellettuale toccava la vera natura del problema cercando la ragione della nascita delle città e quindi dell’impossibilità della loro fine, anche se riconosceva l’esistenza di un problema di “felicità” della città.

Nel futuro post-covid delle città, secondo le ricerche in corso, ci saranno certamente più lavoro agile, case più adatte ad accogliere anche funzioni lavorative, uffici che diverranno luoghi di passaggio periodico. I servizi necessari dovranno essere raggiungibili in quindici minuti, con una mobilità locale che vedrà una segmentazione per fasce di età, una logistica dell’ultimo miglio più efficiente e una riprogettazione delle catene produttive e distributive. Queste descrizioni, però, non ci dicono ancora nulla sulla “felicità” della città, sui cambiamenti delle relazioni sociali e affettive che si trascineranno dietro, sulle conseguenze che il rimescolamento delle funzioni primarie porterà sui temi della sicurezza, dell’integrazione, della condivisione.

Torna pertanto d’attualità il pensiero dell’antropologa e attivista Jane Jacobs, acuta osservatrice della vita urbana, che nel 1961 pubblicò “Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane”, in cui anticipava una risposta alle stesse domande di Italo Calvino. La Jacobs era convinta che per affrontare le sfide della sicurezza, del degrado e della rigenerazione, a una città non servano genericamente più piazze o più verde o più servizi ma una fitta rete di contatti “umani” tra abitanti e frequentatori di un quartiere da svilupparsi attraverso i marciapiedi, i negozi di vicinato, isolati più piccoli che diano la possibilità di svoltare più spesso e di aumentare l’opportunità di incontrare più negozi e stabilire più contatti sociali.

Alla luce di quanto affermato dalla Jacobs, cosa accadrà dei centri delle nostre città ora che molte strade, frequentate fino al pre-covid da pubblici diversi in ore diverse della giornata perché sedi di uffici, bar, ristoranti, negozi, cinema e quindi più sicure e capaci di rigenerarsi continuamente, si svuotassero di alcune di queste funzioni?

Non sappiamo ancora se le soluzioni che si stanno progettando riusciranno a mantenere intatto il ruolo delle città. Forse nel frattempo avremmo bisogno, sulle facciate dei nuovi palazzi e edifici in corso di realizzazione e di quelli già realizzati, di simboli di ottimismo come lo erano i fiori e le piante del Liberty. Quel movimento si arenò, a un certo punto, anche a causa del costo dei materiali scelti per la loro realizzazione. Oggi i nuovi materiali e il digitale possono offrirci delle soluzioni in grado di dare luogo a una realtà aumentata e mutevole, destinata non solo a stupire ma anche a darci coraggio attraverso i simboli della vita.       


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