Le architetture (e i comportamenti) criminali secondo Adelaide Di Nunzio


(Tempo di lettura 4 minuti)
Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-Unfinished 007

Le cause dei cambiamenti climatici e ambientali, di cui parliamo nella Città Vegetale, ruotano fondamentalmente attorno a due definizioni: Antropocene e Capitalocene. Secondo la prima essi sono causati dall’attività umana successiva alla rivoluzione industriale, per la seconda la responsabilità è del modo di produzione capitalistico, privato o di stato. La fotografa e artista Adelaide Di Nunzio (Napoli-1978) con il suo libro Architetture criminali (Crowdbooks-2020) introduce una terza causa: la criminalità. La pubblicazione, risultato di oltre dieci anni di viaggi e servizi in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, testimonia gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente dell’attività delle organizzazioni criminali, ma anche di scelte politiche e di decisioni amministrative errate. Il suo lavoro è animato da un forte impulso etico, che si può condensare nella sua massima “la denuncia fotografica è un atto d’amore verso la società”. Per lei il fotogiornalismo è un lavoro antropologico e sociale, che coglie gli esseri umani sul palcoscenico della vita, per stimolare una riflessione, come testimoniato anche dai suoi altri lavori: The skin, ispirato al romanzo La pelle di Curzio Malaparte e My women, una ricerca sulla condizione femminile, in cui interviene con pittura e segni sul corpo nudo delle donne.

Le immagini raccolte nel libro confermano, in primo luogo, la correttezza di una certa narrazione dell’immaginario della criminalità mafiosa, che ispirato dal Padrino, il film di Francis Ford Coppola, tratto dal libro di Mario Puzo, come madre di tutti gli stereotipi mafiosi contemporanei, individua nella realizzazione di architetture mastodontiche e imponenti, un atto volontario che punta a renderla visibile. Le ville dei boss mafiosi, ndranghetisti o camorristi sono, utilizzando le parole di Marcello Ravveduto, autore del volume Lo spettacolo della mafia (Gruppo Abele-2019), in un’intervista al blog L’Eclettico: la dimostrazione di una mafia glamour che vuole essere ricca e diversa, orgogliosamente criminale. I mafiosi prima si raccontavano come contadini che erano stati costretti a difendersi dalle angherie dello stato. La narrazione di oggi invece è quella del vincente”. Da questo punto di vista le foto di Adelaide Di Nunzio, di grande forza scenografica, danno conto innanzitutto di uno stile fatto di “classicismo e glitter”. Nelle ville dei boss si ritrovano alcuni elementi comuni: pavimenti di marmo, scale a chiocciola, sculture, piscine, discoteche arredate con tessuti zebrati che lei ricomprende nella definizione di Sacro Kitsch, un nuovo stile pop. Kitsch inteso non tanto “come un atteggiamento che ci induce ad essere ciò che non siamo” secondo Gillo Dorfles ma piuttosto “come la ripetizione di una cosa accettata”, secondo Marcel Duchamp. In questo senso, gli scatti, se da un lato sono testimonianza della narrazione criminale, dall’altra smascherano questo immaginario e lo riportano alla realtà di una povertà di idee e di conformità, ben diversa dalla originalità che vorrebbe affermare.

La delinquenza, però, non è intesa dalla nostra fotografa soltanto come comportamento illegale che si oppone alle regole di uno stato in modo organizzato, ma come “mancanza di cura” perché per lei, “dove non c’è cura c’è criminalità”. Prendersi cura di persone e cose è la responsabilità che abbiamo e mancanza di cura vuol dire non occuparsi di ciò di cui si è responsabili: “Abbandonare ciò di cui si ha la responsabilità, anche un figlio, – mi dice – quello è criminale”. Una dichiarazione di grande forza, in cui ho sentito riecheggiare le parole del filosofo tedesco Hans Jonas (1903-1993), secondo cui l’ampliamento degli effetti dell’azione umana sull’ambiente implica un’etica della responsabilità per il futuro, per ciò che sarà la natura per le prossime generazioni e per ciò che occorre fare per salvaguardare questo mondo minacciato. Come il neonato – dice Jonas – essere indifeso, implica un dover essere dei genitori e richiede che ci si prenda cura di lui, l’ambiente richiede un dover essere da parte dell’uomo di stato. Genitori e uomini di stato condividono la stessa responsabilità totale legata al futuro. Le Architetture criminali testimoniano pertanto un venir meno della responsabilità. In primo luogo, delle organizzazioni malavitose che badano solo all’affermazione di sé stesse e del loro immaginario criminale ma anche delle amministrazioni pubbliche che, una volta confiscati i beni, non riescono a riutilizzarli, oppure che non riescono a concludere i progetti che hanno avviato o a demolire ciò che è stato costruito abusivamente.

Sorge però la domanda se le immagini della Di Nunzio descrivano una realtà che è solo meridionale, espressione di un certo tipo di criminalità e se nel nord dell’Italia, dove accanto a quella tradizionale prospera quella dei colletti bianchi, le architetture criminali possano assumere aspetti meno appariscenti e monumentali e più raffinati. Per rispondere, la nostra fotografa, che oggi vive tra l’Italia e la Germania, dove il suo lavoro è molto apprezzato, vorrebbe ampliare la sua indagine all’intera Europa.

Da ultimo, il volume della Di Nunzio si distingue anche per il metodo che ne ha consentito la pubblicazione. I libri di fotografia soffrono di costi elevati che ne limitano la stampa e in questo caso si è fatto ricorso al crowdfunding grazie alla piattaforma crowdbooks fondata da Stefano Bianchi, raccogliendo in anticipo le prenotazioni delle 200 copie necessarie. Una manifestazione di quella responsabilità necessaria alla cura del prossimo e di ciò che ci circonda.

In conclusione, il volume ci lancia un messaggio contro l’irresponsabilità nei confronti del mondo e di non assuefazione alla mancanza di cura e alle bruttezze che ne conseguono. Una volta realizzate, le Architetture criminali entrano a far parte del paesaggio al punto che potrebbero finire quasi per mancarci se eliminate. Non aspettiamo che sia troppo tardi.

  • Adelaide Di Nunzio-The skin-Sopravvissuto
  • Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-unfinished 007
  • Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-unfinished 019
  • Adelaide Di Nunzio-Frei Frauen-donne libere-ffrauengraphic-31-2
  • Adelaide Di Nunzio-Architetture criminali-unfinished 012
  • Adelaide Di Nunzio-La città nascosta-

Abstract

The artist and photographer Adelaide Di Nunzio (Naples-1978), with her book Architetture criminali, result of over ten years of travel and services in Campania, Apulia, Calabria and Sicily, testifies to the effects on the landscape and the environment of the activities of criminal organisations but also of political choices and incorrect administrative decisions. Crime, however, is understood by the Di Nunzio as “lack of care” because for her where there is no cure there is crime. Taking care of people and things is the responsibility we have and lack of care means abandoning what you have the responsibility for.

0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *