I riflessi contrastanti dell’organico e del tecnologico


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Mario Costantini-Il primo schizzo della scultura Riflessi-2020

Il percorso artistico di Mario Costantini (Penne, 1946) si articola da anni attorno ai concetti di organico e tecnologico, la coppia di opposti che sintetizza i gradi della natura umana e che diffonde la sua influenza sui destini del nostro pianeta. Concetti il cui significato, al di là dell’esatta definizione su cui la filosofia ha molto indagato, ci è ormai familiare e che intuiamo istintivamente. Essi accompagnano l’uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra: il primo rappresenta la sua parte animale, il suo legame con l’ambiente naturale, la sua istintività; il secondo invece il suo bisogno di organizzare e classificare, la sua mania trasformativa, la costruzione di manufatti per realizzarne altri. Ad ognuno di essi facciamo corrispondere una discendenza e una forma: materna, tondeggiante e sinuosa quella del primo; paterna, aguzza e spigolosa quella del secondo. Aspetti presenti in ciascuno di noi ma che permeano anche il mondo, prevalendo di volta in volta l’uno sull’altro ma in realtà mischiandosi e ritrovandosi in ogni aspetto della nostra esistenza.

Costantini nel suo lavoro ha dato rappresentazione concreta a questa opposizione, sia con i temi trattati e le ricerche effettuate (l’archeologia, lo studio delle tradizioni locali) sia con le tecniche impiegate (la scultura, la tessitura, la poesia, il racconto). Egli stesso è prevalentemente Uomo Organico ma incessantemente impegnato a fornire agli altri, agli Uomini Tecnologici, i motivi di riflessione per informare, limitare, circoscrivere il loro agire. Perché le due parti hanno tempi di azione differenti e se è vero che la mente ha la velocità del pensiero è la mano che poi realizza e trasforma il paesaggio e il mondo in cui viviamo e alla prima resta solo di cercare di limitare i danni, giustificare, spiegare. Per l’essenzialità della sua ricerca egli si sente parte di quella linea definita da Antonio Zimarino “essenzialismo centro-adriatico…che intendeva provare a fondere insieme tre degli aspetti maggiormente innovativi dell’arte contemporanea italiana e internazionale: Il Minimalismo, l’arte Concettuale e l’Arte Povera, con la specificità di un’area geografica”.

L’oggetto in cui Costantini sintetizza i due aspetti della natura e dell’agire umano è l’amigdala, l’utensile bifacciale realizzato e impiegato dal genere umano del Paleolitico inferiore e quindi collocabile tra i 450.000 e i 100.000 anni fa, così chiamato perché la sua forma ricorda quella di una mandorla, detta amygdala in latino. Realizzata a partire da una pietra o da un osso, appuntito e affilato dai due lati veniva probabilmente impiegata per cacciare, lavorare le pelli, raschiare, tagliare, svolgere cioè delle attività pratiche e indispensabili per la propria sopravvivenza. Essa è oggetto eminentemente tecnologico, rappresentando un manufatto che ha consentito di poter fare un salto nel proprio rapporto con il mondo esterno, con la natura, cacciando, uccidendo, lavorando eppure, nel momento stesso in cui viene inventata, essa crea il proprio opposto, la riflessione sul proprio significato, il suo altro organico. La sua stessa bifaccialità è espressione di questa alterità. Amigdala è del resto il nome attribuito alla ghiandola, anch’essa a forma di mandorla, posta sopra il tronco cerebrale del nostro corpo carnale che presiede alle paure e alle emozioni e quindi alle nostre reazioni più immediate, meno razionali ma necessarie per preservarci dai pericoli.

L’attenzione alla preistoria non è casuale del resto in un territorio, come quello Vestino, in cui le ricerche archeologiche svolte dal medico, umanista ed archeologo, Barone Gian Battista Leopardi (Penne, 1916-1979) hanno consentito di portare alla luce le tracce della Civiltà Bertoniana e dell’attività protostorica e romana dei popoli che lo abitarono, formando una ricca collezione che la sua consorte, la Baronessa Kratic Susanna Leopardi, nell’intento di adempiere al suo desiderio e di onorare la memoria del figlio Francesco Gaspare (Penne,1944), scomparso giovanissimo nel 1963, donò nel 1984 alla Diocesi della città di Penne e che oggi forma il Museo Civico Diocesano ospitato nel duomo della città. Ed è per questo che la scultura è collocata a Montebello di Bertona, da cui quella civiltà prende il nome.

La nuova scultura di Mario Costantini rappresenta la concretizzazione delle sue riflessioni e della sua visione del mondo che ho sopra descritto. Fin dal suo concepimento egli aveva immaginato, come è possibile leggere dal suo quaderno di appunti: “una mandorla in acciaio corten (successivamente realizzata in acciaio inox dotato di capacità riflettente ndr) alta quattro metri. Su una faccia c’è l’uomo primitivo ed organico sull’altro l’uomo tecnologico e spirituale. Le figure sono forate e si interfacciano, lasciando allo spettatore di leggere le figure in armonia col pensiero presente. La mandorla a forma di amigdala contiene le sagome e i segni delle sfaccettature della pietra dell’organico, sfaccettature geometriche sul geometrico, sfaccettature organiche”.

  • Riflessi completata
  • Riflessi montata sulla sua base
  • Le parti dell'opera tagliate
  • Il taglio al laser della lamiera d'acciaio
  • La calandratura delle parti da assemblare
  • Mario Di Giorgio assembla la base
  • L'opera mentre viene elaborata al computer per il taglio
  • La saldatura delle parti

Seppur in continuità con il pensiero di Costantini l’opera rappresenta al tempo stesso un’innovazione per il materiale prescelto e la forma. Le sue sculture finora erano state forme piene, in marmo o in metallo, in cui prendevano vita ulteriori incarnazioni dell’uomo organico nelle vesti di Nike della Pace, Uomo Tripode, Danzatori della Pace, Angelo della Pace. Con Riflessi invece, nel volume della figura, pur monumentale, prevalgono i vuoti e le figure sono in negativo, ritagliate nel metallo e osservabili attraverso la luce che vi si riversa di giorno o che vi filtra dall’interno di notte. Sulla superficie altri tagli creano ulteriori impulsi visivi. Ma nella sintesi tra le figure dell’organico e tecnologico si affermano nuove forme. Essa, vista nella sua interezza è simile a una torcia, sormontata da una fiamma, simbolo del fuoco, una delle prime tecnologie di cui l’essere umano si impossessa per affermare il suo dominio sul mondo, imparando a cuocere e a trasformare la materia inanimata in metallo per utensili. Ma è anche simile a un fiore con il suo stelo, simbolo per eccellenza del mondo organico e vegetale, della natura con cui l’essere umano deve convivere. E allora nell’opera tornano a fondersi tutti i motivi del lavoro di Costantini, per la sua forma complessiva, per le figure che sono impresse sulla sua superficie ma anche per i procedimenti che sono stati necessari per realizzarla e che hanno impiegato metallo e fuoco.

La realizzazione dell’opera è stata resa possibile dall’incontro di Mario Costantini con un altro personaggio espressione di questa terra vestina, un uomo eminentemente tecnologico ma con al suo interno una forte anima organica fusa assieme, Mario Di Giorgio (Penne, 1944), imprenditore metalmeccanico in Piemonte, dove nelle sue aziende realizza macchine per l’esecuzione di processi industriali. Visitando le sue fabbriche, perché queste esse sono, si resta colpite proprio dalla bellezza della forma degli oggetti che vi vengono realizzati e da quella degli utensili che, applicati ad altre macchine, sono impiegati per realizzarli ma anche dal modo in cui questi sono disposti, ordinati che non è solo criterio per poterli trovare all’occorrenza ma anche criterio estetico per osservarli e tenere a mente il ruolo che svolgono nel processo creativo. Anche Di Giorgio fonda il suo essere tecnologico su un solido basamento organico. Il padre, Nicola, era un maestro muratore diplomato alla Scuola d’Arte di Penne, capace di progettare e realizzare case e anche particolari costruttivi pregevoli di cui resta ancora ampia traccia in paese.

Di Giorgio ha adottato e finanziato il progetto di Costantini, anche per ricordare il suo amico Francesco Gaspare Leopardi, compagno di scuola dalle elementari al liceo e gli ha dato realizzabilità e realizzazione. I disegni di Costantini si sono trasformati in immagini tridimensionali pronte poi per essere inviate, sotto forma di impulsi, alla macchina a controllo numerico per il taglio al laser. Assieme ai capi reparto, anch’essi fusione di artigianale e industriale, sono stati studiati e analizzati per scegliere la lamiera e pianificare i passaggi successivi, divenuti poi tutti manuali: la calandratura, la saldatura, la fresatura. E così la scultura ha preso corpo, prima divisa in spicchi, tagliati sui fogli di lamiera, ognuno con la sua parte di figure, è stata poi ricomposta, nel combaciare perfetto dei tagli dei particolari ed è divenuta per l’appunto opera.

Ora essa si erge su un basamento con il suo stelo e ci invia dei riflessi che sono ciò che ci torna dalla luce che incontra una superficie brillante o diffondente ma anche echi della nostra storia passata, così attuale, in cui organico e tecnologico sono indissolubilmente legati.


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