A Pescara, sulle tracce della Pineta Dannunziana


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Paolo Dell’Elce-Pineta di Pescara

Nella prima quindicina di luglio ero in Abruzzo e avevo visitato, anche se frettolosamente, la Pineta Dannunziana e per questo sono poi rimasto colpito dall’incendio del due agosto che l’ha interessata. Nonostante sia stato domato abbastanza rapidamente, il rogo ha distrutto interamente il comparto cinque, la zona di riserva integrale chiusa al pubblico, inoltre, il fatto che si sia sviluppato all’interno della città ha creato un forte impatto psicologico. Durante la visita mi ero però sorpreso nello scoprire che l’area fosse stata istituita come Riserva Naturale Dannunziana solo il 18 maggio del 2000, cioè appena 21 anni fa e mi sembrava che questo stridesse un po’ con l’esternazione di sentimenti di preoccupazione che è seguita al fuoco. Possibile che un bene così importante avesse trovato così poca e recente attenzione? E quanto questo bene era stato presente nella ricerca artistica a testimonianza del suo valore simbolico? Qui di seguito espongo i risultati delle letture, delle visite e degli incontri di un milanese/abruzzese in vacanza, senza alcuna pretesa di completezza.

Il sito web della Pineta Dannunziana ci informa che essa misura circa 53 ha ed è ciò che resta di una ben più ampia selva di pini d’Aleppo che occupava tutta la fascia litoranea adriatica abruzzese per ben 50 km tra la foce del fiume Vomano e Francavilla al Mare. Essa era nota fin dal XVI secolo, ma secondo alcune fonti anche da prima, come “Selva dei Chiappini” e rimase abbastanza compatta fino al 1860 quando, prima la costruzione della ferrovia che la attraversa e successivamente la massiccia urbanizzazione che ha interessato il territorio di Pescara, la ridussero a 17 ettari. Tra le due guerre venne incrementata con l’aggiunta di alcuni ettari prima di pino marittimo e poi di pino domestico. Ma dopo gli anni Sessanta venne nuovamente rimaneggiata per far posto allo stadio, al teatro D’Annunzio, allo svincolo di una circonvallazione. Infine, negli anni Settanta, il Comune di Pescara, per adeguare la città agli standard urbanistici, acquistò dalla Famiglia D’Avalos l’area approssimativamente corrispondente all’attuale Riserva Naturale e ne fece un parco urbano, introducendo specie animali, attività commerciali e strade non presenti prima, con ulteriori effetti sulle specie vegetali.

Sembra quindi che, in effetti, della Pineta fino a non molti anni fa non ci fosse molta considerazione. L’esperta di tradizioni abruzzesi Elisabetta Mancinelli, in un suo articolo, riporta un giudizio di Giuseppe Quieti, che riferendosi ai primi anni del ‘900 scriveva:” La Pineta di Pescara non l’ha mai calcolata nessuno, ci andavano i signori al mare col tram o la carrozza tutti con i cappelli larghi. allora non c’erano case, soltanto gli stabilimenti…”. E Giulio De Collibus, presidente dell’Archeoclub di Pescara, mi conferma che “i Pescaresi l’hanno scoperta negli ultimi quarant’anni” e avanza l’ipotesi che l’evento che la fece conoscere fu la festa nazionale della DC, che vi si tenne nel 1978.

Per restare all’inizio del secolo scorso, c’è da sapere che la qualificazione di Dannunziana è dovuta non all’ispirazione che Gabriele D’Annunzio ne avrebbe tratto per la sua opera La pioggia nel pineto, che invece sarebbe collegata alle pinete della Versilia, ma piuttosto agli avvenimenti che vi si svolsero e che furono collegati con il poeta. Agli inizi del ‘900, infatti, il Comune di Pescara decise di trasformare l’area in un quartiere turistico residenziale denominato Città Giardino e affidò il progetto all’ing. Antonino Liberi, cognato di D’Annunzio, che vi realizzò il Kursaal, un luogo per turisti e villeggianti come era allora in voga nelle principali stazioni balneari internazionali. L’edificio negli anni Trenta fu poi trasformato dall’arch. Giovanni Michelucci nello stabilimento dell’ Aurum, liquore prodotto da Amedeo Pomilio che era amico del Poeta che ne ideò il nome.

Secondo la ricostruzione della Mancinelli, sono le vicende legate al dramma dannunziano La figlia di Iorio, che aveva già trovato rappresentazione pittorica nell’opera di Francesco Paolo Michetti del 1895, a collegare definitivamente la Pineta a D’Annunzio. Dopo le rappresentazioni avvenute con successo al Teatro Lirico di Milano nel marzo 1904, il Poeta volle fare uno spettacolo nella sua terra d’origine al cospetto della madre, che si tenne al Teatro Marruccino di Chieti nell’estate di quell’anno. Il giorno successivo fu organizzato un grande banchetto sotto gli alberi alla presenza dei suoi amici del Cenacolo Michettiano, dei sindaci dei paesi della zona e dei soci del Circolo Aternino. Fu così che essa divenne Dannunziana e dal 1911 essa fu impiegata come luogo di rappresentazione delle opere del Poeta. La cittadinanza, inoltre, gli offrì in dono un ettaro di terreno della erigenda Città Giardino che lui però rifiutò. Successivamente vi si tenne un secondo grande banchetto in suo onore, infine il Poeta pensò di realizzare un anfiteatro per le sue opere ma la guerra mise fine al progetto. Nel frattempo, invece, negli anni Venti molte ville in stile liberty, ancora oggi visibili, furono realizzate nella lottizzazione antistante il mare.

  • La Pineta di Pescara in una cartolina dell'epoca
  • Pineta di Pescara - Il pranzo offerto in onore di Gabriele D'Annunzio - Archivio Luciano Gelsumino

Venendo al peso che la Pineta ha avuto nell’immaginario artistico locale, ho chiesto aiuto alla dinastia dei Cascella ma nel Museo di Pescara dedicato a questa illustre famiglia di artisti ho trovato solo un pastello su carta di Basilio Cascella del 1900, intitolato Nella pineta di Pescara. Le immagini di pini (peraltro sullo sfondo) compaiono poi solo in una delle cartoline della serie Abruzzo, illustrate dallo stesso artista, ispirata dal romanzo Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio e in un piatto in ceramica di Gioacchino Cascella del 1967, I girovaghi, che appare ambientato in una pineta. La Pineta di Pescara ebbe però uno spazio nel numero unico Marsica del 1915, pubblicato per raccogliere fondi per i danneggiati del terremoto abruzzese del 13 gennaio 1915 e meritoriamente ristampato a cura di Renato Cora, cui diedero il loro contributo tutti i principali artisti abruzzesi e dove fu ospitata l’opera omonima realizzata dalla pittrice Raimonda Mezzanotte, figlia dello scrittore abruzzese Giuseppe Mezzanotte.

  • Raimonda Mezzanotte - La Pineta di Pescara - Riproduzione in B/N nella ristampa del numero unico Marsica

Per venire ai nostri anni, il pittore Antonio Matarazzo e lo storico dell’arte e curatore Ivan D’Alberto ricordavano che l’artista Elio Di Blasio, di cui ricorre il centenario della nascita, aveva realizzato negli anni Ottanta un ciclo di opere dal titolo Segno d’Alcyone in cui si collocò la mostra La pioggia nel pineto, svoltasi alla galleria Trifoglio nel 1986 ma di cui non è stato possibile rintracciare le immagini.

È stato però l’incontro fortuito con il fotografo Paolo Dell’Elce (Pineta di Pescara-1961) a fornirmi la testimonianza di un rapporto artistico, ma oserei dire anche affettivo-simbiotico, che dura da più di cinquant’anni con la Pineta, in cui dichiara con orgoglio di essere nato e cresciuto e che, come ha ricordato in un bella intervista a Giovanni Lattanzi, iniziò a fotografare all’età di otto anni, scandagliandola poi in tutti i modi, facendone punto di partenza e di arrivo, consentendogli di disporre di un corpus di immagini certamente unico. Non potendo qui approfondire le caratteristiche e il valore del lavoro di questo artista, testimoniato dalla presenza delle sue opere in collezioni pubbliche e private nazionali e internazionali, mi limito a riportare alcuni aspetti del suo rapporto con questo soggetto. La sua attenzione continua alla Pineta si deve probabilmente al suo interesse per il “luogo della nascita come mistero da indagare” e ad aver concentrato la sua indagine sull’esplorazione dei luoghi originari e al suo rapporto con la luce. I pini, le masse scure delle chiome, la luce sempre diversa che filtra e illumina gli arbusti costituiscono per lui un imprinting forte nella sua ricerca della dimensione fisica del paesaggio. Essa è il luogo in cui si manifesta la sua biofilia perché essa è La selva chiara, che conserva i tratti primordiali che ci legano alla dimensione naturale. È l’ascolto degli alberi e della vegetazione a portare la sua attenzione dal visibile all’invisibile, dalla vita imposta a quella sensibile, a farsi animale per osservare la natura dal loro punto di vista, acuendo i sensi nel bosco. Per trovare un omologo di Dell’Elce nella scultura penso a Giuseppe Penone, al rapporto con i suoi luoghi, agli alberi riprodotti, ricreati, scavati per riportarli a un tempo precedente e nella pittura a Dacia Manto e alla rappresentazione del bosco e degli animali con cui vive e con cui lo percorre, artisti di cui ho già parlato.

  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara
  • Paolo Dell'Elce - Pineta di Pescara

Anche Dell’Elce non nasconde però il suo pessimismo. Secondo lui nel tempo non sembra sia cambiato molto, la Pineta è rimasta un patrimonio locale, mai assurta a simbolo della città con cui la relazione è stata scarsa e purtroppo l’incendio è stato l’ultimo colpo.

Da osservatore esterno mi chiedo che conseguenza può avere questo evento luttuoso. Forse è una magnifica occasione per rimettere la Pineta al centro della città e le immagini di Paolo Dell’Elce sono lì a dimostrarcelo.

Abstract

In the first fortnight of July I was on holiday in Abruzzo and I had visited, albeit hastily, the Pinewood Dannunziana and for this I was then struck by the fire of August 2 that affected it and that completely destroyed compartment five, the integral reserve area closed to the public. During the visit, however, I was surprised to find that the Pinewood was established as a Dannunziana Nature Reserve only 21 years ago and that this to contrast a bit with the expression of feelings of concern that followed the fire. Could such an important asset have found so little recent attention? And how much this good had been present in the artistic research to witness its symbolic value? Here below I present the results of the readings, visits and meetings of a Milanese born in Abruzzo on holiday, without any claim to completeness.


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