Le lucciole di Pasolini rischiarano ancora il nostro cammino


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Paola Di Bello – Lucciole – 1988 1991

All’inizio di ottobre, avevo visitato due mostre: quella di Cristóbal Gracia (Città del Messico 1987), intitolata “Lucciole nella terza natura” alla Galleria Viasaterna e “Cittadini” di Paola Di Bello (Napoli 1961) alla Galleria Bianconi. In quest’ultima esposizione, di cui ho già parlato il 5 ottobre e in cui quasi tutte le opere raffiguravano essere umani o la loro attività, mi aveva incuriosito la presenza di due opere (apparentemente fuori tema ma di questo parlerò prossimamente), chiamate “Lucciole” che erano state ottenute facendo camminare alcune di queste su della carta fotosensibile. Si dice che due indizi sono una coincidenza ma il comunicato della mostra di Gracia conteneva un riferimento ad un saggio del 2009 dello storico dell’arte G.D. Huberman, “Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze”, a commento dell’Articolo delle Lucciole, pubblicato da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 1 febbraio 1975. A questo punto gli indizi erano più che sufficienti a provare che dovevo occuparmi delle lucciole.

Le lucciole sono dei coleotteri della famiglia dei Lampiridi, note per possedere la capacità di emettere una luminescenza da alcuni segmenti trasparenti del proprio addome, grazie ad un enzima, la Luciferasi che agisce su un substrato chimico chiamato Luciferina (quanti riferimenti diabolici) in presenza di ossigeno. Negli esseri adulti l’emissione della luce serve come richiamo sessuale. Le lucciole hanno un forte potere evocativo, ci parlano di infanzia, di estati ma anche di meretricio e di inquinamento. In quest’ultimo caso, la loro riduzione/scomparsa è periodicamente tirata in ballo come indicatore del peggioramento delle condizioni ambientali anche se esse ci sono ancora ed è possibile osservarle anche in città.

Pasolini accennò alla relazione tra lucciole e inquinamento nell’articolo sopra citato. “Nei primi anni Sessanta a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole”. Pasolini però non aveva intenzione di scrivere un manifesto ambientalista, il vero titolo dell’articolo era “Il vuoto di potere in Italia” e Pasolini si servì della presunta scomparsa delle lucciole per storicizzare, in modo “poetico-letterario”, il regime democristiano in due fasi. La prima, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla scomparsa delle lucciole, in cui ci sarebbe stata una sostanziale continuità con il fascismo dei valori di chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità. La seconda, dalla scomparsa delle lucciole al 1975, in i cui vecchi valori, comunque reali e propri dell’Italia “arcaica e paleoindustriale” non contavano più, scomparsi nell’omologazione portata avanti dall’industrializzazione, a causa della quale gli Italiani erano divenuti “degenerati, ridicoli, mostruosi, criminali”. Gli intellettuali e i governanti democristiani non si erano accorti che le lucciole stavano sparendo e che il genocidio culturale e la dissoluzione dei valori avevano portato a un vuoto di potere culturale. L’articolo si chiudeva con un’invocazione “Io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison, per una lucciola”.

Ma se le lucciole sono visibili ancora oggi, perchè Pasolini affermava che erano scomparse? Cosa intendeva con il termine lucciole? Secondo Huberman con la scomparsa delle lucciole, Pasolini intendeva parlare della scomparsa della “realtà del popolo”. Egli cita l’articolo del 1974 “Il potere senza volto”, in cui Pasolini scriveva: “Il vero fascismo è quello che se la prende con i valori, con le anime, con i linguaggi, con i gesti, con i corpi del popolo”, quelle caratteristiche antropologiche che costituivano la coscienza del popolo italiano, “sopravvivenze” le chiama Huberman, che stavano sparendo sotto la spinta del miracolo economico e del potere dei consumi. Il linguaggio popolare, i dialetti, i gesti che li accompagnano e i volti (contadini) sono tutto ciò di cui “la storia non sa rendere conto nei semplici termini di evoluzione e obsolescenza. È tutto ciò che, per contrasto, delinea zone o reti di sopravvivenza proprio là dove vengono dichiarate la loro extraterritorialità, la loro marginalizzazione, la loro resistenza, la loro vocazione alla rivolta”, dice Huberman.

Il tema delle sopravvivenze rievoca, sul versante ambientale, il concetto di “Terzo Paesaggio” elaborato da Gilles Clément nel 2004. Non so se Clément conoscesse l’opera di Pasolini ma la definizione che segue, richiama quanto detto sopra: “Frammento indeciso del giardino planetario, il Terzo Paesaggio è costituito dall’insieme dei luoghi abbandonati dall’uomo. Questi margini raccolgono una diversità biologica che non è a tutt’oggi rubricata come ricchezza… Rifugi per la diversità, costituiti dalla somma dei residui, delle riserve e degli insiemi primari.” Il Terzo Paesaggio è costituito cioè dalle sopravvivenze create “dall’evoluzione degli esseri biologici che compongono il territorio in assenza di ogni decisione umana”.

Certo esistono delle differenze tra le sopravvivenze di Pasolini e quelle di Clément. Le prime sono culturali, le seconde fisiche. Gli spazi indecisi del territorio saltano all’occhio, le prime sono coperte dall’abitudine della quotidianità incessante, dalla pubblicità, dalle immagini del presente che ci fa smettere di osservarle e le nasconde ai nostri occhi. Quando le scopriamo possono infastidirci eppure entrambe sono lucciole che non possono sparire, che dobbiamo far sì che continuino a emettere le loro luci intermittenti, perché sono la biodiversità di cui abbiamo bisogno.

Abstract

In 1975 Pier Paolo Pasolini wrote that the fireflies were gone, but what did he mean, given that they are still there and we just have to look for them to see them? According to the art historian G.D.Huberman, with the disappearance of the fireflies, Pasolini intended to speak of the disappearance of the “reality of the people … the values, the souls, the languages, the gestures, the bodies of the people”, their “survivals” . After more than forty years Pasolini’s fireflies still illuminate the paths of our research and meet with the concept of the Third Landscape by Gilles Clément.

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